|
| | Sunset, Fan Fiction tema Twilight ** | |
| |  | |  |
 | | | | Prologo Forse era quello il mio destino. Forse il mio destino era quello di rimanere lì, di finirla con i viaggi e con le avventure. Forse quella cittadina era la mia casa. Forse... Troppi, troppi dubbi ancora. La mia vita era davvero lì? Forse... Sì, sì... Sì, adesso lo sapevo, ne ero certa. Me lo sentivo scorrere dentro. Il mio destino era proprio quello che si trovava davanti ai miei occhi, e nulla avrebbe potuto cambiarlo. Una nuova famiglia, una nuova vita. Il tramonto della mia vecchia vita era giunto e mi preparavo all'alba di un nuovo giorno. Un nuovo giorno. 1. Arrivo Ecco l'ennesima città. Se città era davvero il termine giusto. Di solito per città cosa si intende? Un luogo abitato con palazzi, sale giochi, supermercati, discoteche, scuole, edifici su edifici, asfalto su asfalto... E invece quella non era affatto così. Forks. Case di legno, alberi, verde, qualche negozio qua e là. Perché proprio lì? Questa volta mamma aveva davvero esagerato. Avevamo vissuto a New York, Washington, Chicago, San Francisco e ora... Forks. Dalle stelle alle stalle. Dal sedile di dietro iniziai a guardare tutto quel verde. Mi veniva l'orticaria! “Mamma, sicura di essere nel posto giusto?”, chiesi, speranzosa. “Certo, tesoro. Per una volta ho pensato che un po' di verde deve farci proprio bene”. Un po'. Sì, giusto un po' troppo verde! Aprii il finestrino e respirai a pieni polmoni. Be', lo dovevo ammettere. L'aria era pulita. Niente a che vedere con l'aria che avevo respirato in precedenza. “E poi, chissà. Magari l'uomo giusto lo trovo tra gli alberi!”, aggiunse sghignazzando. Mia madre trovava sempre l'uomo giusto in ogni città dove vivevamo. Eppure l'avrebbe dovuta sapere lunga, ormai. Da quando si era separata da papà, ogni anno cambiavamo città di residenza e in ognuna di essa trovava un uomo. Peccato che tutti erano scappati quando avevano saputo delle sue due figlie. Di me non c'era da preoccuparsi, avevo 17 anni, una patente e ancora aspettavo una macchina da mio padre. A lui i soldi non mancavano di certo. Forse gli uomini scappavano proprio perché avevo 17 anni. Una ragazzina nel pieno dell'adolescenza è un bel problema! Non nego che molte volte mi sono data la colpa del tira e molla di mamma, ma ormai avevo capito che il problema era lei, non io. Mia sorella aveva 10 anni, causava pochi problemi. Era una bambina tranquilla e aveva già capito tutto della vita. “Io non mi sposerò mai”, aveva dichiarato una sera a tavola. Un mugolio giunse dalla sua bocca mentre si rigirava su sedile. La guardai per un istante, poi mi rimisi a guardare fuori dal finestrino. “Sì, Tarzan!”, risposi seccata alla riflessione di mia madre. Lei rise sottovoce. La guardai un attimo ridere. No, non poteva essere lei il vero problema delle sue storie d'amore. Erano gli uomini che non capivano niente. Mia madre era una bella donna castana. Ed era ancora giovane. Dimostrava anche meno dei suoi 36 anni. Jenny mi diede un calcio nel sonno, ma subito si svegliò e si scusò. “Scusami sorellona. Non l'ho fatto a posta”. “Dai JeJe, che vuoi che sia un calcio”, e le sorrisi dolcemente. Subito si rigirò e iniziò a ronfare. “Ci siamo. Sveglia tua sorella, Kate!”, mi disse mamma, frenando piano. Diedi un piccolo colpetto a Jenny e lei si alzò di scatto. “Cos'è? Che è successo?”, si allarmò. “JeJe, ti calmi? Siamo solo arrivati!” Le si leggeva negli occhi che era eccitata. Per lei ogni città era una scoperta, una nuova avventura. Era lei quella più felice di cambiare città ogni anno. Poi veniva la mamma e infine io. Odiavo cambiare città in continuazione. Neanche il tempo di farmi qualche amico che subito dovevamo ripartire. Era un tale stress cambiare scuola ogni anno e fare sempre quei benedetti test di ingresso. Per fortuna me la cavavo nello studio e avevo una memoria eccellente. Scendemmo tutte e tre dalla macchina e per poco non mi congelai. Stavo a maniche corte, un vero suicidio. Non solo la “città” era tutta verde, ma il cielo era sempre grigio e il sole non c'era quasi mai. Lo si poteva scorgere solo 5 o 6 giorni l'anno. Ovviamente, mi ero informata, prima. Solo la notte prima di partire. Pessima idea, avrei potuto convincere mia madre a deviare rotta. Presi il golfino che avevo nel portabagagli e la valigia mia e di Jenny. Guardai meglio la nuova casa dove avremmo vissuto. Quasi non mi caddero le valigie di mano. Una casa a due piani, di legno. Aveva anche un piccolo balcone, al piano di sopra. Non era orribile, ma era la tipica casetta di legno che si vede nei film. Guardai nella parte opposta alla casa. Bene, foresta. Alberi e alberi per chilometri. Almeno c'era qualche casa vicino alla nostra. I nostri vicini. Solo allora mi resi conto che avevo molti occhi puntati addosso. Arrossii istintivamente. Non avevano mai visto degli esseri umani trasferirsi lì? Be', in effetti... “Guarda, sorellona, guarda come ci guardano”, mi sussurrò Jenny. “Non li guardare, JeJe. Non si fissano le persone in quel modo!” “Ma loro ci fissano”, si giustificò “E sono dei gran maleducati!”, sbottai io. Tutti fecero finta di guardare da un'altra parte, ma sapevo che con la coda dell'occhio ci continuavano a fissare. Mia madre continuava a trasportare valige e scatoloni dentro casa, mentre io mi ritrovai a camminare svelta verso casa. Jenny mi seguiva passo passo. Salimmo al piano di sopra per scoprire le nostre stanze. E così vidi il primo lato positivo della casa: io e Jenny avevamo camere separate. E che camere grandi. Ecco il lato negativo: il bagno era in comune. Entrai nella mia camera seguita da Jenny. “JeJe, l'hai vista la tua camera?”, le chiesi per indurla ad uscire. L'unica cosa che volevo era restare sola. “Sì, però... ecco... ho paura di dormire da sola”. Benissimo. “Facciamo una cosa”, iniziai, abbassandomi per poggiarle le mani sulle spalle. “Questa notte dormi con me, però poi devi imparare a stare da sola. Sei grande ormai”. E le carezzai i capelli biondi prima di alzarmi del tutto. “Ok, sorellona”, accettò con i suoi occhi azzurri quasi pieni di lacrime. No, non quella faccia. “Ok, anche domani notte e quella dopo. Ma poi, in camera tua senza storie!”. “Grazie Kate!” e mi abbracciò felice e soddisfatta. Passammo il resto della giornata e il giorno dopo a pulire e svuotare gli scatoloni. Alla fine quella piccola baita – così mi piaceva chiamarla – divenne quasi una casa accettabile. La mia camera mi piaceva molto, tutta colorata, a parte il legno delle pareti e del pavimento. Ma ben presto le pareti non si sarebbero viste più, coperte da tutte le foto che avevo con me... Edited by gokugirl - 4/8/2009, 16:45
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 2. Supposizioni Il terzo giorno dopo il trasferimento mi svegliai di buon'ora. Mi alzai dal letto attenta a non svegliare Jenny e andai in bagno. Quando uscii, notai con piacere che mia madre era sveglia. “Buon giorno, angelo mio, dormito bene?”, mi salutò appena mi vide con un sorriso radioso. Mi piaceva quando mi chiamava angelo, anche se non ne avevo le caratteristiche. Capelli castani, occhi verdi-castani... No, niente a che vedere con un angelo. Quello poteva essere Jenny. Chissà da chi aveva preso. I nostri genitori avevano colori scuri, mio padre addirittura i capelli neri! “Sì, grazie... Tu?”, le risposi un po' sotto pressione. “Benissimo. Dai, ti preparo la colazione!”, e scendemmo al piano di sotto. Prese una scodella e versò prima i cereali e poi il latte. “Allora... ti piace Forks?”, mi chiese di punto in bianco mentre mangiavo tranquilla. Per poco non mi strozzai. “Mamma, non sono mai uscita da quando ci siamo trasferite. E poi sai che tutto questo verde non mi piace affatto. E hai visto i vicini? Ci squadrano come se non vedessero un loro simile da chissà quanti anni”, mi sfogai un po', ma erano altre le cose che volevo dire in quel momento. “Tesoro, lo so che è solo il cambiamento iniziale. Vedrai, ti ci abituerai!”. A quel punto, esplosi. “Mi ci abituerò? Certo che mi ci abituerò, come ho sempre fatto. Ma sai qual'è il problema? Vorrei che per una volta non dovessimo rimanere in una città per soli 12 mesi o meno, vorrei che per una volta cambiassimo città non secondo le tue necessità. Per te non è un problema, tanto un lavoro si trova subito. Ma non pensi a me? E a Jenny? In ogni città in cui andiamo non abbiamo neanche il tempo di farci qualche amico che già ce ne dobbiamo andare...” “A me Jenny sembra felice!”. “Ma lei è piccola. Per lei è tutto un gioco, non capisce la gravità della situazione. Io invece sì. Non ce la faccio più, voglio vivere la mia vita, mamma!”. Mi alzai di scatto dalla sedia e salii al piano di sopra. Jenny mi passò vicino sulle scale e ancora assonnata mi chiese: “Cos'è successo?” “Niente!”, strillai arrabbiata. Mi chiusi a chiave in camera, mi vestii, presi lo zaino e uscii da quella casa sbattendo forte la porta. Non mi interessava dei vicini che mi fissavano curiosi. Mi avviai verso l'unica mia ancora di salvezza: la scuola. Sapevo la strada perché l'avevamo percorsa con la macchina il giorno in cui arrivammo. Fui orgogliosa di me, quando vidi il grosso cartello con su scritto: Forks High School. Senza pensare alle conseguenze, entrai nell'edificio. Non c'era quasi nessuno, e l'orario ne era il motivo. Era ancora presto! Mi diressi verso la segreteria e una donna mi accolse gentilmente. “Tu devi essere la nuova arrivata, dico bene?”. “Sì... Vorrei l'orario dei corsi”. “Certo!” e mi diede un foglio. “Grazie mille. Spero di trovarmi bene”. Chissà perché avevo detto quella frase, in realtà volevo l'esatto contrario. “Non ti preoccupare, Forks è molto tranquilla”, ma a quanto pare aveva detto qualcosa che la fece riflettere un attimo. Uscii più perplessa di prima dalla segreteria e dalla scuola. Avevo visto una panchina nel parcheggio per gli studenti. Mi sedetti e aspettai l'arrivo degli altri alunni. All'improvviso, vidi sfrecciare una Volvo grigio metallizzata. Il conducente parcheggiò perfettamente e scese con grazia dall'auto. Lo fissai rapita. Non avevo mai visto nulla di più bello in vita mia. Dall'auto uscirono altre quattro figure angeliche, due ragazze e due ragazzi. Possibile che erano tutti stupendi? Sfilarono davanti a me e io voltai lo sguardo da un'altra parte, imbarazzata. Così mi ritrovai a fissare il conducente della Volvo mentre si avvicinava ad un pick-up rosso un po' arrugginito. Ne uscì una ragazza e il possessore della Volvo la prese per mano. Che sciocca, certo! Mi sarebbe sembrato strano se non fosse stato già impegnato. Mi alzai dalla panchina e controllai la prima lezione: Matematica. Arrivai in classe e mi sedetti. Dopo un po' arrivarono tutti i miei compagni di classe e un ragazzo si sedette accanto a me. “Ciao, mi chiamo Mike. Allora sei tu la nuova?”. “A quanto pare”, risposi controvoglia. Avevo preso una decisione: niente amici a Forks. Non per Forks, sia chiaro, ma perché non volevo soffrire quando saremmo partiti per una nuova meta. “Se ti do fastidio mi sposto”. “No, nessun fastidio”, e mi sforzai di sorridere. Giunse il professore, si sedette, aprì il registro, lesse qualcosa e poi si alzò. “Bene, ragazzi. Da oggi avrete una nuova compagna di classe. Prego!”, dichiarò alla classe e fece un cenno verso di me. Mi alzai timidamente e gli andai vicino. “Lei è Katerine White. Mi raccomando, aiutatela ad integrarsi fra voi”, e mi fece segno di sedermi. Tornai al mio posto e tutti mi fissavano. Quegli occhi mi dovevano scrutare ovunque? “Non ti preoccupare, ti troverai bene qui”, mi rassicurò Mike. Mi guardai intorno terrorizzata. “Oh, sono solo curiosi. Sai, qui a Forks non viene quasi mai nessuno, tanto meno a trasferirsi. Ora sei una novità, ma passerà presto”. Ecco, le mie supposizioni erano fondate. A Forks non andava mai nessuno. Era così ovvio. Mike si offrì subito per accompagnarmi nelle aule che mi attendevano e io ne fui lieta. Sarebbe stato una scocciatura girare tutto l'edificio per trovare una classe. Alla quarta ora mi attendeva Biologia. Adoravo le Scienze. Mike mi accompagnò in classe e mi salutò con un sorriso contagioso sulle labbra. Attraversai la porta e sentii come una barriera che mi impediva di continuare. Questa volta non mi preoccupai nemmeno degli sguardi dei miei compagni di classe, mi ci ero quasi abituata. No, era un'altra la cosa che mi bloccava. Lui, il conducente della Volvo, bello come il sole. Riuscii a trascinare le gambe verso una sedia libera – l'unica sedia libera – vicino a lui, e mi ci sedetti. Non mi guardava neanche, forse per lui ero insignificante. Dopotutto, era quello che volevo, no? “Ciao, sono Katerine White, la nuova arrivata...”, ma mi bloccai prima di poter concludere la presentazione. Come continuava? Questa volta mi guardava, eccome, e il suo sguardo mi toglieva il respiro. Però... Un attimo, i suoi occhi! L'iride era color caramello. Mi guardò perplesso. Solo allora mi resi conto di essermi incantata. “Ehm... Tu sei?”, chiesi, imbarazzatissima e rossa di vergogna. “Edward, Edward Cullen. Piacere di conoscerti”, e la nostra conversazione finì lì. Restammo in silenzio per tutta l'ora, com'era giusto che fosse. Alla fine della lezione, uscii svelta dall'aula e ritrovai Mike fuori la porta. Quando Edward lo vide, lo guardò un attimo, poi guardò me, mi salutò – e per poco il mio cuore non uscì dal petto – e se ne andò pensando chissà a che cosa. Un'altra ora di lezione e poi a mensa. Presi solo una bibita, non avevo granché fame e mi avviai fra i tavoli. Subito vidi Edward e la ragazza seduti con i quattro della Volvo. Mike, appena mi vide, mi invitò a sedermi vicino e lui e io non potei rifiutare. “Kate, ti presento Jessica, Angela, Ben, Eric, Lauren e Tyler”. “Ehm... Piacere di conoscervi”, e iniziai a fissare Edward e la sua compagnia. Edward e i quattro che lo accompagnavano nell'auto avevano un colorito strano. Molto pallido, troppo. Non era normale. E poi quegli occhi caramello mi giravano in testa. Non avevo mai visto un ragazzo con gli occhi di quel colore, né tanto meno una ragazza. Li fissavo senza contegno, volevo capire qualcosa. Perché avevano gli occhi di quel colore? E la pelle così chiara? L'unica che sembrava normale era la ragazza di Edward. Immediatamente notai un'altra cosa: nessuno di loro mangiava. Non avevano neanche preso il vassoio, un po' d'acqua... Niente. Solo lei mangiava. Ecco un altro particolare: tutti avevano le occhiaie violacee. Tutti. La mia coscienza mi diceva di starne alla larga, di lasciar perdere. Ma io volevo, dovevo scoprire perché. E poi da quando ascoltavo la mia coscienza? Solo allora mi accorsi che Jessica mi stava facendo una domanda. “Ehm... Scusa, non ti stavo seguendo. Puoi ripetere?”. “Dicevo... Noto che ti interessano i Cullen”. Ops. Se ne era accorta. “Be' sai, ti capisco. I ragazzi sono belli da non credere, soprattutto Edward. Peccato che stia con Bella Swan...”, e continuò a ciarlare sulla loro storia. Li continuai a fissare. Così, si chiamava Bella. Sembrava una ragazza normale, chissà perché Edward aveva scelto proprio lei. Ne era sicuramente innamorato. Edward mi fissò e fece una risatina. Quasi sobbalzai dalla sedia. Jessica neanche se ne accorse, troppo presa dai suoi racconti. Mi girai verso di lei. “E gli altri?”, chiesi curiosa. “Sono tutti fratelli di Edward. O meglio, Emmett, quello grosso, e Alice, quella coi capelli corti, sì. Poi ci sono Rosalie e Jasper che pure sono fratelli. Devi sapere che sono stati tutti adottati dal Dottor Cullen e sua moglie Esme”. “E come mai sono così... pallidi?”, chiesi con cautela. “Ah, questo non lo so”. “Grazie”, la ringraziai con un sorriso. Adesso sapevo abbastanza da poter trarre le mie conclusioni. Secondo quello che mi aveva detto Jessica, erano tutti fratelli, non tutti di sangue. Questo mi rendeva ancora più curiosa riguardo la pelle e gli occhi. E poi quelle occhiaie. Possibile che nessuno aveva dormito la notte? Non avrebbero potuto prendere le caratteristiche fisiche dai genitori, siccome erano solo genitori adottivi. E se non erano tutti fratelli di sangue, non potevano avere tutti le stesse caratteristiche. Eppure c'era qualcosa che li accomunava tutti, e non era certo la famiglia alla quale appartenevano. Mi continuai ad arrovellare il cervello senza giungere a conclusioni. Sapevo ancora troppo poco, avrei dovuto indagare a fondo per conto mio. Le ultime ore passarono in fretta. Tornai a casa stanca morta e quando aprii la porta vidi mia madre intenta a preparare le valige. Edited by gokugirl - 6/1/2009, 21:28
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 3. Escursione “Mamma? Ma che fai?”, le chiesi in preda al panico buttando zaino e giubbotto a terra. “Preparo le valige, non vedi?”, mi rispose furiosa. “A te non piace stare qui? E allora ce ne andiamo!”. Vederla in quello stato mi spaventò. E da quando quello che dicevo io contava? “Mamma, ragiona un attimo. Io stamattina ero fuori di me. Non dico che le cose che ho detto non le pensassi, però forse ho esagerato. La scuola mi piace molto, ed è l'unica cosa che posso dirti ora perché ancora devo fare un giro dell'isolato. Ti prego, mamma, restiamo. Credo di potermi trovare bene qui. E guarda Jenny, è terrorizzata! Smettila di fare i bagagli!”, strillai l'ultima frase per fermarla. Mi stava irritando con il suo comportamento. Jenny guardava allibita la scena, con le lacrime agli occhi. Mia madre si fermò un secondo e guardò Jenny, poi me. “Mamma, credevo ti piacesse Forks”. “A me si, ma a te no!”. “Dannazione, mamma, ti ho detto che voglio rimanere”. Mi bloccai. Quel giorno ero stata troppo brusca con mia madre, non mi ero mai comportata così. Improvvisamente mi sentii salire le lacrime agli occhi e corsi via, verso il piano di sotto. Sentii solo il mio nome, poi uscii fuori sbattendo la porta per l'ennesima volta. Questa volta mi sentii persa. Non c'era nessuno sguardo curioso ad osservarmi. Era come se quegli sguardi mi tenessero compagnia, fuori. Continuai a correre fino a raggiungere la foresta di fronte casa. Non mi allontanai molto. Mi sedetti su un tronco d'albero caduto cercando di frenare le lacrime che ormai sgorgavano senza tregua. Stavo morendo di freddo. Mi rannicchiai sul tronco, con le gambe vicino al petto. Ero stravolta. Mi passò il viso di Jenny davanti agli occhi. Non l'avevo mai vista più spaventata prima d'ora. Mia madre aveva esagerato, come me. Non dovevo dire quelle cose, ma ormai le avevo dette. Sapevo di aver ferito mia madre più di quanto mi sentissi ferita io. E poi, perché mi sentivo ferita? Lei stava facendo esattamente quello che le avevo detto! Ero ferita da me stessa. Io non avrei mai detto quelle cose a mia madre, non avrei mai fatto piangere Jenny. Questa volta la colpa era mia, solo mia. Mi lasciai scivolare a terra rimanendo in quella posizione. Sentii dei passi venire verso di me, ma non alzai lo sguardo. Non m'importava. “Ehi, stai bene? Ti sei fatta male?”, mi chiese gentilmente una voce femminile. Bella domanda. Sì, mi ero fatta male, ma non nel senso che intendeva lei. “Posso fare qualcosa per te?” A quel punto mi decisi ad alzare lo sguardo. La riconobbi. Era Bella Swan, la ragazza di Edward. Che ci faceva lì? “No, sto bene”, mentii e lei se ne accorse. Si sedette al mio fianco. “Tu sei la nuova arrivata, giusto?”. “E tu sei Bella Swan”, non era una domanda. “Come...?”. “Mi ha parlato di te Jessica, la tua amica”. “Ah, Jess”. Restammo in silenzio. Iniziai ad osservare i tronchi degli alberi di fronte a me. C'era un silenzio immane. Si sentivano solo le fronde degli alberi muoversi al vento. Mi colse una folata improvvisa e io tremai. “Mi dispiace di non averti dato il benvenuto, quando sei arrivata”, disse interrompendo il silenzio. Guardai verso casa mia e mi accorsi del suo pick-up rosso parcheggiato vicino casa. Lei era la mia vicina! Ma guarda te che stupida, mica me ne ero accorta!, pensai. “Oh, non ti preoccupare. Anzi, mi hai fatto davvero un enorme piacere. E' odioso avere tutti quegli sguardi curiosi addosso”. Bella scoppiò a ridere. “So perfettamente cosa provi. E' solo da un annetto che vivo qui, ci sono passata anche io”. Sorrisi guardandola. Era carina quando sorrideva. Iniziavo a capire Edward... “Ma dimmi, come ti chiami?”, mi chiese cordialmente. “Oh, scusa. Sono Katerine White. Ma chiamami Kate!”. “Certo”. Di nuovo il silenzio imbarazzante di prima. Le lacrime erano rimaste al loro posto, ma non ne sgorgavano di nuove. Facevo progressi. “Kate, ecco... Io devo andare a lavoro. Vuoi venire con me?”. Perché si preoccupava tanto per me? E' vero, stavo piangendo, ma non era una motivazione valida. Almeno, io credevo così. “Ehm... No, grazie, sto bene. Sul serio”, e le sorrisi per convincerla. Si vedeva che non era servito a niente, non ci credeva. Si alzò da terra. “Sicura?”. Le leggevo la preoccupazione negli occhi. Era pericoloso restare lì? Perché, se era solo questo, non me lo stava dicendo? “Sì, tranquilla. Tutto bene!”. Abbassai lo sguardo. Volevo solo restare sola, in quel momento. “Allora ci vediamo domani a scuola”, mi salutò. Non ci spererei, pensai. Eccole di nuovo, le lacrime. Scendevano copiose sul mio viso e non riuscivo a fermarle. No, io ci volevo rimanere sul serio a Forks e non sarebbe stata mia madre a farmi ripartire. Mi alzai di scatto. Ora mi era tutto chiaro. Non potevo ritornare a casa, dovevo fuggire. Almeno sarei rimasta a Forks e, se c'era davvero qualcosa di pericoloso nel bosco, l'avrei affrontato. Camminai verso il centro della foresta. C'era ancora abbastanza luce. Faceva un freddo insopportabile, ma combattei contro il vento per ore, pur di sfuggire a mia madre. Questa volta non mi avrebbe portata via, non senza il mio consenso. Fu così che mi ritrovai a pensare ad Edward. Il suo viso mi rimbombava ancora nel cervello e volevo assolutamente scoprire il suo segreto, pur quanto futile fosse. Il suo pensiero mi aiutò a camminare per qualche ora, poi decisi di ritornare indietro. Camminavo e camminavo, ma rimanevo sempre nel solito angolo di terra. Ecco, mi sono persa. Brava Kate, davvero intelligente, mi dissi. Le gambe si erano atrofizzate per il freddo e non riuscivo più a muoverle. Mi lasciai cadere a terra. Era inutile reagire, volevo rimanere a Forks? Bene, ci sarei rimasta morta, a quanto pareva. Mi sdraiai a terra e chiusi gli occhi in attesa della fine. Stavo per cadere nell'incoscienza, quando due braccia mi afferrarono e mi sollevarono da terra. Provai un calore immenso e poi persi conoscenza. Mi risvegliai dopo ore – ne ero certa – in un piccolo salotto. Ero sdraiata su un divanetto con una coperta addosso ed ero sola. Mi misi a sedere e a guardare con circospezione la stanza. Mai vista prima. Giunse un rumore da fuori la porta, un rumore di passi. Restai impietrita. Nella stanza entrò un ragazzo con i capelli corti neri. Era altissimo. “Oh, ti sei svegliata”, e mi sorrise cordialmente. Non avevo mai visto un sorriso così... bello! Subito mi balenò in testa il sorriso di Edward. Ok, era un sorriso bellissimo il suo, ma erano due sorrisi completamente diversi. “Sono Jacob Black. Ma che ci facevi lì, nel mezzo della foresta, tutta sola e senza l'attrezzatura adatta?”. Si avvicinò pericolosamente alla mia faccia e mi posò una mano sulla fronte. Era bollente. Ma mi faceva davvero piacere quel caldo. “Ehm... Mi chiamo Kate e... Be', stavo scappando...”. Non accennava a togliermi la mano dalla fronte e il suo sguardo si fece perplesso. Dalla porta entrarono altri cinque ragazzoni. “Vedo che la tua amichetta si è svegliata, finalmente!”, disse uno di loro. “No, niente febbre”, mi sussurrò Jacob con un sorriso. “Sempre molto delicato, eh Embry?” Tre di loro sghignazzarono. Quello più alto mi guardava con un'aria strana, ma non ne capivo il significato. Sembrava il più vecchio della compagnia, non che avesse rughe o quant'altro, ma si vedeva che era più maturo. “Hai detto che scappavi...”, mi chiese Jacob andando verso una poltrona di fronte al divano. “Sì”. “Da cosa?”. “Ehm... Da mia madre!”, risposi rossa come un peperone e con lo sguardo sulle mie mani. Tutti scoppiarono a ridere, tranne Jacob e quello alto – il più alto. Jacob diede un ceffone sulla nuca a Embry e quello vicino e ordinò loro di uscire. Rimasero solo lui e il più alto – ancora ne dovevo scoprire il nome. Si avvicinò al divanetto dove io stavo seduta e si inginocchiò per potermi guardare bene in faccia. “E' successo qualcosa?”, mi chiese, dolce. Per la prima volta lo guardai dritto negli occhi. Il mio cuore ebbe un sussulto, stava troppo vicino. “No... Cioè sì. Il fatto è che sono arrivata qui da... E lei...”, ma non riuscii a continuare. Di nuovo quelle dannate lacrime intralciavano i pensieri e le parole. Jacob mi abbracciò e mi sussurrò all'orecchio: “Non ti preoccupare, ci sono io qui con te!”. Io rimasi immobile, incapace di pensare, la vista annebbiata dalle lacrime. E meno male che non dovevo farmi amici! “Mi dispiace”, disse allontanandosi dall'abbraccio e alzandosi in piedi. “Iniziamo tutto da capo, ti va? Piacere, io sono Jacob Black. Tu?”. Sorrise di nuovo e mi porse una mano, per aiutarmi ad alzare. La accettai volentieri e risi sottovoce di quelle parole. “Mi chiamo Katerine White, ma chiamami pure Kate!”. Sentii un dolore lancinante alla caviglia e persi l'equilibrio, ma Jacob mi mantenne per un braccio. “Ti fa male qualcosa?”, mi chiese lui, preoccupato. “Solo un po' la caviglia, ma niente di che”. Lo guardavo dritto negli occhi, non riuscivo a staccarglieli di dosso. Quello alto si schiarì la gola per attirare l'attenzione. “Lui è Sam. Fa vedere!”, mi disse mentre mi aiutava a risedermi e prendendomi il piede. “Piacere. Mi dispiace recare tanto disturbo. Ma quanto tempo ho dormito?”. “E' mattina”, mi informò Sam. Rimasi sconvolta. Sapevo di aver dormito parecchio, ma non così tanto! E con la scuola come facevo? E mamma? Ma dove diavolo mi trovavo? “E qui siamo?”, chiesi imbarazzata. “La Push”, rispose di nuovo Sam. La Push? A un'ora di viaggio da Forks? “Ahi!”, mi lamentai. Faceva malissimo, adesso. “Scusa. E' solo una slogatura, niente di grave. Sam? Mi porteresti qualche fascia?”. Sam uscì dalla stanza. “Sei molto gentile, Jacob. Grazie!”. “Figurati. Ma tu dove abiti? E' la prima volta che ti vedo!”, mi chiese. “Forks. Mi sono trasferita da poco, pochissimo”, e ricordai la litigata con mia madre. Questa volta combattei contro le lacrime e vinsi. “E ti piace?”. Mi fissò negli occhi e mi sentii infiammare le guance. “Ehm... Be', la scuola mi piace. E poi sono tutti molto gentili con me”, riuscii a dire. “Che scuola frequenti?”, chiese curioso. “La Forks High School, il quarto anno...” “Hai conosciuto una certa Bella?”. “Sì, Bella Swan. E' anche la mia vicina di casa. La conosci?”. Il suo sguardo si incupì. “Sì”, disse sottovoce. “Bene, allora ti posso riaccompagnare a casa!”, esordì. “No, non voglio ritornare a casa!” e mossi la testa a destra e a sinistra per scacciare il pensiero di mia madre furiosa, con le valige pronte, che mi aspettava fuori la porta. “Prima o poi ci dovrai ritornare. O vuoi vivere nel bosco?”, chiese, ironico. “Sarebbe meglio che ritornare da mia madre. Non voglio ripartire...” Riuscii a sollevare lo sguardo e a guardarlo in faccia. “Stamattina abbiamo litigato e quando sono tornata da scuola stava preparando le valige. Io sono scappata nella foresta e ho camminato fino a non sentirmi più le gambe dal freddo. Il resto lo sai”. “Tua madre non può costringerti se non vuoi”. “Oh, sì che può. L'ha già fatto...”, ma fummo interrotti dall'entrata di Sam. Jacob gli andò incontro e mi fasciò con cura la caviglia. “Grazie”, lo ringraziai a fine opera. Già non faceva più male. Ma quello forse era dovuto al suo sorriso magnifico. “Allora, non vuoi ritornare a casa!”, concluse lui. Scossi la testa. Nemmeno a pensarci!“Se vuoi, ti posso ospitare io”. Arrossii al solo pensiero. Io e Jacob, una casa tutta per noi... Deglutii rumorosamente. “Ovviamente, credo che per mio padre non ci siano problemi se ti ospitiamo per qualche giorno...”, aggiunse intuendo i miei pensieri. Si vedeva davvero in faccia quello che pensavo? Tutti dicevano che ero un libro aperto, che non riuscivo a mascherare i miei stati d'animo. A quel punto, pensai che fosse vero. “Non voglio disturbare...”. “Ma figurati. Così non sarò solo!” e sorrise ancora. “Se è per questo, anche senza di me non sembri solo”. Alludevo a Sam e agli altri, ovviamente. Lui rise. “Allora? Ci stai?”. In realtà, non mi sarei dovuta fidare di uno sconosciuto, ma chi ci doveva stare lì a Forks? Un maniaco sessuale? Nah... Jacob non ne aveva l'aspetto e neanche i suoi amici. “Ok!”, accettai con un mezzo sorriso. Edited by gokugirl - 5/1/2009, 18:31
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 4. Ritorno Passai ben quattro giorni a casa di Jacob. Io e lui diventammo molto amici, cosa inevitabile stando insieme 18 ore su 24! Billy, suo padre, si era dimostrato molto, anzi troppo, gentile con me. Si fidava di me e io non ne capivo bene il motivo. Sapevo di ispirare fiducia nelle persone, ma non credevo che potessi essere trattata così bene! Diventai anche amica di Jared, Paul, Embry, Quil e Sam. Sam non mi guardava più in modo ostile, mi trattava come una di loro. Conobbi anche Emily, la fidanzata ufficiale di Sam. Aveva metà faccia sfigurata da tre graffi. Jacob mi aveva spiegato che era stata aggredita da un orso, molto tempo fa. Si vedeva che era una bella ragazza e che lei e Sam si amavano alla follia. Quando c'erano loro due nella stanza, c'era un tale clima d'amore da sentirsi male. Quil ed Embry – che nomi strani! - erano molto simpatici. Ogni tanto facevano qualche battutina sul rapporto d'amicizia tra me e Jacob, ma a me non dava fastidio. Facevano troppo ridere quei due. Jared e Paul stavano un po' sulla difensiva con me e li capivo. Ero entrata così all'improvviso nelle loro vite. Come biasimarli. Il primo giorno a casa di Jacob, lo passai a letto. Billy e Jake dicevano che dovevo riposarmi per la caviglia, altrimenti non guariva. Jacob mi prendeva in braccio per farmi alzare e trasportarmi dove volevo. Era molto comodo viaggiare in quel modo e quasi maledii la caviglia guarita. Dal secondo giorno iniziai ad aiutare in casa, mi sentivo in debito con loro. Jacob dimostrò più volte di gradire quello che cucinavo, e anche Billy ne era felice. Lui era un ottimo cuoco, niente a che vedere con me. Il pomeriggio andavamo sempre a casa di Emily e Sam e ci incontravamo tutti. Io stavo con Emily mentre gli altri parlavano di cose da “uomini”, come aveva detto Jake. Era bello passare il tempo con loro. Con Emily mi trovavo molto bene, era solare e gentilissima. E preparava dei muffin davvero deliziosi! Quel pomeriggio, io e Jake stavamo facendo i piatti – nelle sue mani sembravano tanto piccoli e fragili – quando Billy ricevette una telefonata. “Oh, ciao Charlie. Come va il lavoro? No, qui non si è vista nessuna ragazza nuova. Sì, ti avverto se per caso la vedo, fidati. Sì, verrò volentieri da te domani per la partita. Ok, allora a domani”, e la telefonata finì. Billy mi fulminò con lo sguardo e capii immediatamente di chi stavano parlando al telefono. “Era l'ispettore Swan. Ha detto che la figlia della sua vicina è scomparsa da cinque giorni e che non l'hanno ancora trovata. Temono per la sua incolumità e...”, ma Jacob lo zittì con uno sguardo. Mi erano risalite le lacrime agli occhi. Già immaginavo mia madre e mia sorella in lacrime a causa mia. In quei giorni avevo fatto di tutto per non pensarci ed era stato facile. Ma ora era giunto il momento di affrontare la situazione. “Tutto bene?”, mi chiese Jacob preoccupato. Annuii e scacciai le lacrime. “Sì. Grazie, Billy, per avermi ospitato e per avermi protetta, prima. Grazie soprattutto a te, Jake, che mi hai fatto divertire in questi giorni. Ora credo proprio che debba affrontare la situazione e tornare a casa”. Asciugai l'ultimo piatto e guardai Jacob. “Mi daresti un passaggio?”, gli chiesi con un sorriso convincente. “Kate?”, mi chiamò Billy. Aveva lo sguardo basso. “Ricordati che qui puoi sempre venire, quando vuoi, a qualunque ora del giorno e della notte”. Mi sentii commossa da quelle parole. Gli andai vicino e mi abbassai per abbracciarlo. “Grazie, grazie di tutto”, e lasciai scendere qualche lacrima. In silenzio, Jacob mi accompagnò in macchina e dopo venti minuti eravamo di fronte la baita. Io non volevo scendere dall'auto. Temevo che quella fosse l'ultima volta che vedevo Jake. “Kate, promettimi che non è l'ultima volta che ci vediamo!”, disse lui, con un tono triste. A quel punto, mi buttai sul suo petto, le lacrime scendevano inesorabili. Mi strinse a se così forte da farmi mancare il respiro. Mi allontanai delicatamente e risi per asciugare le lacrime. “Scusa, ti ho inzuppato la maglietta”. Ancora non riuscivo a capire come mai la sua temperatura corporea era più alta della media e come facesse a indossare una maglietta a maniche corte tanto sottile mentre io indossavo un maglione e un giubbotto pesante. “Che vuoi che sia una maglietta bagnata in più”, e con questo alludeva a tutte le volte che gli avevo confessato cose tristi della mia vita e che avevo pianto sulla sua spalla. Strinsi la mano a pugno ed ero intenzionata a tirarglielo quando lui mi fermò la mano. “Ti faresti male!”, mi avvertì ridendo. “Ma che sbruffone”, e risi con lui. “Prometti?”, mi chiese serio. “Sì, prometto. Anche perché Billy mi adora”, dissi fiera per sdrammatizzare. “Già. Mi raccomando, chiamami se parti!”. “Non dirlo neanche per scherzo. Io rimango”, e mi rabbuiai, perché non ne ero molto convinta. “No, dico... Chiamami così ti vengo a rapire”, e sfoderò uno dei suoi magnifici sorrisi. Ecco di nuovo la commozione. “Grazie, Jake, di tutto”, e lo abbracciai per l'ultima volta. Prima di scendere dalla macchina, gli diedi un bacio sulla guancia. Mi sentii le lacrime scendere sulle guance appena scesi, e andai alla porta senza girarmi indietro. Asciugai le lacrime con il dorso della mano e bussai. Sentii qualcuno correre e aprire la posta con foga. Era mia madre, gli occhi gonfi di lacrime. Si vedeva che non dormiva da chissà quanto tempo. Appena mi vide, mi abbracciò forte e allora piansi anche io. Il suo dolore mi penetrò nel cuore ad un ritmo impressionante. “Mamma, mi dispiace... mi dispiace...”, dicevo tra un singhiozzo e l'altro. Lei si allontanò per guardarmi meglio in viso e mi accarezzò una guancia. “Kate... Kate... non farlo mai più!” e mi abbracciò di nuovo. “Scusami, mamma. Credevo fosse l'unico modo per farti capire. Mamma, io ci voglio rimanere davvero qui”, ma fummo interrotti da Jenny che correva verso di noi e ci abbracciò entrambe. “Kate, sei cattiva, cattiva davvero!”, mi rimproverò. “Lo so, JeJe, credimi. Lo so, scusami. Sono egoista, sono un mostro!”. “Ma che dici? Tu, un mostro? No, tu sei il mio angelo, Kate. Non le pensare nemmeno queste cose. Mi fai soffrire così, Kate”, mi disse mia madre. “Scusa, scusa, scusa. Mi sento tanto in colpa, mamma. Io... voglio solo stare qui con voi!”. E con quella frase, si chiuse la discussione. Ce l'avevo fatta, saremo rimasti lì a Forks. Il giorno dopo andai a scuola, volevo ricominciare subito. E c'era ancora il segreto Cullen da svelare! Tutti avevano saputo dell'accaduto e mi sentii più osservata del primo giorno. I professori furono molto gentili con me. Mi ero quasi stufata di tutta quella gentilezza. Questa volta, a pranzo, Edward e Bella mi invitarono a pranzare con loro. Bella era molto preoccupata per la mia salute, non sapeva che in quei quattro giorni ero stata molto bene. Non sapevo se raccontare di Jake. Lui, quando aveva nominato Bella, aveva uno sguardo strano, come se non ne volesse parlare. Così raccontai solo che ero fuggita da casa e che mi ero riparata a casa di una persona molto gentile. Edward aveva uno sguardo strano mentre raccontavo, come se sapesse che stavo dicendo solo bugie. Bella, invece, parve convinta e si rassicurò. Aveva aiutato il padre come meglio poteva nella mia ricerca e mi disse che era stata molto preoccupata per me in quei giorni. “Non sai come sono stata felice quando mio padre mi ha detto che eri tornata a casa. Avrei voluto venire a trovarti, ma temevo che ti avrei disturbata”. “No, nessun disturbo, anzi. Be', adesso dovremmo imparare a convivere come buone vicine”, e io e lei ridemmo. Edward era turbato, ma non ne capivo il motivo. Mi fissava e mi metteva in soggezione. Quel suo sguardo aveva la capacità di ipnotizzare le persone. Un momento! Gli occhi erano neri, non gialli. Iniziai a pensare che indossasse le lenti a contatto, ma non poteva essere. Altrimenti non le avrebbero indossate anche gli altri Cullen. Avevo pochi indizi per supporre qualcosa, però, e mi arresi, per quel giorno. “Edward, all'ultima ora dobbiamo andare in palestra, vero?”, gli chiesi. Anche se il suo orario combaciava quasi con quello di Bella, avevamo qualche lezione in comune, ogni tanto. “Ancora devi imparare l'orario?”, mi chiese ridendo. “Non è che abbia avuto molto tempo, sai?”. “Ah giusto. Hai passato quattro giorni a casa di uno sconosciuto!”, disse ironico, con un pizzico di acidità, come se avesse fatto una battuta. Sì, sembrava proprio che sapesse che avevo mentito. L'ultima ora la passai ad osservare Edward mentre giocava a basket. Era molto, troppo bravo! Quasi tutti cercavano di rubargli la palla, inutilmente. Molti non ci provavano nemmeno, sembravano addirittura terrorizzati da lui. La mia squadra, ormai, non faceva più caso a me impalata in mezzo al campo ad osservarlo. Io dovevo osservarlo. Dovevo scoprire quel dannato segreto a tutti i costi. Perché sapevo che c'era un segreto, sì che lo sapevo. Dopo aver ricevuto una pallonata in faccia, mi portarono in infermeria e Edward si offrì di accompagnarmi. “Sto bene, sul serio”, ed era l'ultima volta che volevo ripeterlo. “Hai il segno del pallone in faccia e dici che stai bene?”, mi rimproverò lui, soffocando una risata. Oh, moriva dalla voglia di ridermi in faccia! “Sì, sto bene. E ridi se proprio non ci riesci!”, dissi, stizzita. “Scusami, è che...” e scoppiò a ridere. Io sorrisi. Era proprio bello quando rideva, lo dovevo ammettere. “Bene, adesso posso tornare in classe”, e mi alzai dalla barella dove mi avevano steso. “E vabbe'. Devo dire che quando ti ci metti sei più testarda di Bella”, e ridacchiò. Borbottai qualcosa di incomprensibile persino a me stessa. “Però, se vuoi, ti posso far ottenere un permesso per tornare a casa prima, oggi”, mi fermò con voce suadente. Perché no? Tornare nella tranquillità di casa mia mi avrebbe fatto più che bene. “Inizio a credere che ti voglia solo sbarazzare di me”, sussurrai. Un po' lo credevo davvero. “Ok, ho capito. Torniamo in classe”, concluse sbuffando. “Ma posso anche credere male”, annunciai io con occhi supplici. Volevo solo tornare a casa! “Siediti sulla barella e fai finta di stare male”, si arrese. Arrivò la signorina Cope – la segretaria – e mi diede il permesso senza neanche guardarmi in faccia. Edward aveva davvero un certo ascendente sulle persone... “Avanti, ti accompagno” e mi prese per un braccio. “No, vado a piedi. Un po' di aria fresca mi farà sicuramente bene, alla faccia” e lo fulminai con lo sguardo. Lui, però, rimase impassibile. “Ti accompagno e basta”, ringhiò. Per poco non tremai dalla paura. Uscimmo dalla scuola e mi aprì la portiera del passeggero della Volvo. Mi sedetti esitante. In un secondo, me lo ritrovai di fianco e quasi mi fece sobbalzare dallo spavento. Guidava talmente veloce che quasi non vedevo l'asfalto sotto le ruote. Ma lui continuava a parlare con me come se in quel momento lui non stesse guidando, come se la macchina andasse da se. Parcheggiò sul vialetto di casa e prima che potessi salutarlo, me lo ritrovai di fianco, pronto ad aprirmi la portiera. “Grazie del passaggio”, lo ringraziai. “Figurati. E la prossima volta non fare tutti questi capricci” e mi fece l'occhiolino. Cercai di non pensarci, di non pensare al mio cuore che batteva all'impazzata. Era stupido un comportamento del genere da parte mia. Entrai in casa e la trovai vuota. Solo un biglietto sul frigo che diceva: “Sono andata in giro a cercare qualche lavoro con Jenny. Torneremo all'ora di cena. Nel frigo c'è qualcosa che puoi mangiare”. Bene, non avevo fame. Notai che sul tavolo c'era una lettera: mio padre. La aprii senza entusiasmo e la lessi tutta, velocemente. Mi soffermai sul P.S. “Ti piace l'auto?” Rimasi un attimo sbigottita. Quale auto? Non avevo visto nessuna auto fuori! Uscii un attimo per controllare e c'era davvero un auto nuova. Come avevo fatto a non vederla? Mi avvicinai e accarezzai il cofano. Una volkswagen blu metallizzato. Non mi interessava il modello, ma era molto carina. Volkswagen? Come l'auto di Jake! Ero al settimo cielo e pensai di scrivere subito una lettera a mio padre. Questa volta ci aveva azzeccato in pieno sui miei gusti! Scrissi qualcosa di carino e poi presi le chiavi della macchina. Ci volevo subito fare un giro, ero emozionatissima. Pensai subito di andare a La Push. Non era molto distante e, grazie alle varie indicazioni, arrivai dopo dieci minuti. Ero insicura. E se Jacob non c'era? Se mi aveva già dimenticato? Scrollai quel pensiero dalla testa. Non poteva essere, era passato solo un giorno! Jake non era il tipo che si dimentica facilmente. Almeno lo speravo con tutto il cuore. Chissà perché mi stava tanto a cuore. Che mi stessi prendendo una cotta per lui? Parcheggiai di fronte casa Black e scesi lenta dalla macchina. L'indecisione mi travolse di nuovo. E se Jake non c'era? E se... Oh, ma basta con questi “e se”, pensai. Entra e basta! Mi avvicinai alla porta e bussai piano. Forse non avevano sentito. La porta si spalancò e vidi Billy. “Ehm... Ciao Billy!”, lo salutai cordialmente. “Kate? Che ci fai qui?”, mi chiese sbalordito. “Sono venuta a fare una visita”, risposi imbarazzata. In realtà nemmeno io sapevo perché mi trovavo lì. “Vieni, entra. Mi fa così piacere che sei venuta a trovarci, e così presto! Ma non sei andata a scuola?”. Entrai timidamente nel salotto e mi sedetti sul divano. “Sì, però non sono stata tanto bene e sono tornata prima a casa”. “Cos'è successo?”, mi chiese preoccupato. “Mi... mi hanno buttato un pallone da basket in faccia”, dissi rossa peggio di un peperone. Billy scoppiò a ridere e quel suono richiamò Jacob che, forse, stava in camera sua. “Ma cosa...”, iniziò a dire, ma si bloccò appena mi vide. “Be', io devo andare da Charlie per quella partita e sono già in ritardo. Grazie per la visita, Kate, mi aspetto di vederti presto!” e uscì di casa. Io ero rimasta imbambolata dalla vergogna guardandomi le ginocchia. Jake sembrava immobile. Ecco, lo sapevo. Non dovevo venire qui senza preavviso!Jacob si avvicinò leggermente al divano. Quel silenzio imbarazzante mi stava uccidendo. “Be'? Non sei felice di vedermi?”, dissi, allegra – o almeno ci provai – spezzando il silenzio opprimente. Jacob mi venne di fronte, si abbassò per raggiungere la mia altezza da seduta e mi abbracciò con foga. Quell'abbraccio valeva come mille parole. Ricambiai l'abbraccio con le lacrime agli occhi e rimanemmo così per un po'. “No, non sono per niente felice di vederti”, mi sussurrò. “Sono al settimo cielo!” e mi strinse ancora più forte. Io non sapevo proprio cosa dire. Mi sentivo tanto stupida in quel momento così poco familiare. Non mi ero mai trovata in una situazione del genere, né tanto meno con un ragazzo. Anche se avevo cambiato molte città, non avevo per niente esperienza in materia. Di solito le ragazze che viaggiano molto hanno anche troppa esperienza, ma per me era la prima volta. La prima volta che un ragazzo mi abbracciava, mi sussurrava all'orecchio o solo era felice di vedermi. Sì, anche io ero al settimo cielo. Quei dubbi erano solo sciocchezze. E ora anche un dubbio si sciolse. Avevo preso una cotta per Jacob Black. Dalla prima volta che l'avevo visto! “Come sei venuta fin qui?”, mi chiese circospetto allontanandomi. Gli feci dondolare le chiavi della macchina davanti agli occhi. “Regalo di mio padre!”. Il suo viso si illuminò e per poco non mi faceva cadere. Era entusiasta. “E tu non mi dici niente? Sei proprio cattiva, sai quanto amo i motori”, e mise il broncio. “Ah sì? Bene, allora se ti interessa solo l'auto...” e feci per andarmene. Ovviamente bluffavo! Jake mi prese per un braccio e mi abbracciò di nuovo. “Non ci pensare nemmeno! Tu sei più importante di una macchina, più importante di qualsiasi altra cosa”. Cos'era? Una dichiarazione forse? “Sì, come no. Immagino che se dico che è una volkswagen inizi a correre e addio la cosa più importante”, mugugnai. In realtà, non sapevo cosa dire. Non ero pronta ad affrontare una situazione del genere. Per fortuna lui la prese sul ridere e io mi rilassai. Mi allontanai dall'abbraccio e gli diedi le chiavi. “Avanti, facciamoci un giro. Così mi dici qualche parere tecnico”, lo incoraggiai. Mi prese per il braccio e mi trascinò correndo fino all'auto. Facemmo un bel giro di La Push e chiacchierammo come se non ci incontrassimo da secoli. Era piacevole stare con Jacob, più piacevole che stare con Edward e Bella. Dovevo anche ammettere che Jacob mi conosceva meglio di loro! No, non è mica questo il motivo. Il motivo è che tu ti sei presa proprio una bella cotta!, mi disse una vocina nella mia testa. Mio malgrado, dovevo darle ragione. Quello che provavo con Jacob era qualcosa di più di felicità. Era qualcosa di indescrivibile che nessuno ragazzo mi aveva mai fatto provare, nemmeno Edward con la sua immensa bellezza e gentilezza. Ma perché continuavo a fare paragoni tra Jake e Edward? La prima volta che vidi Edward, mi sentii scorrere qualcosa dentro, come se sentissi per la prima volta il sangue scorrere nelle vene. Solo dopo realizzai che era curiosità. “A che pensi?”, mi chiese Jacob, prendendomi di sorpresa. Risposi senza nemmeno pensarci. “Al fatto che in questo giorno mi sei mancato tantissimo”. “Anche tu, sai? E' quasi assurdo quanto mi sei mancata. Sarà che mi ero abituato a vederti sempre in casa con me”, e scrollò le spalle. Fui molto felice di quella confessione così ingenua. Lui non poteva nemmeno immaginare cosa provavo io per lui. Nemmeno io lo immaginavo, era una cosa completamente nuova per me che non sapevo proprio a cosa pensare. Mi accorsi che eravamo ritornati solo quando non sentii più il rombo dell'auto. “Jake? Mi piacerebbe rivedere Quil ed Embry. Dici che li troviamo?”. “Non è che ti sei innamorata di uno di loro?”, mi chiese riducendo gli occhi a due fessure. Uno di loro sì, ma non Quil o Embry, né tanto meno Sam, Jared o Paul.Risi di gusto. Come poteva pensare che mi fossi innamorata di Quil o Embry? “Sei molto spiritoso, sai?”, gli dissi, ridendo. “Io dicevo sul serio!” e mise il broncio incrociando le braccia sul petto. “Davvero credo che mi potrei innamorare di uno di loro?”, chiesi, sconvolta. “E chi lo sa. I tuoi gusti non li conosco!” e mi fece quel sorriso meraviglioso che adoravo tanto. “Giusto! Bene, allora rimarrai con il dubbio per l'eternità!” e risi ancora. “Non è affatto giusto”. Lo guardai incredula. Sembrava se la fosse davvero presa. “Ho cambiato idea. Quil e Embry non sono una delle mie priorità. Quindi, che facciamo?”, e sorrisi. Volevo vederlo sorridere ancora. E lui sorrise, esaudendo il mio desiderio. Edited by gokugirl - 5/1/2009, 18:37
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 5. Verità I giorni passavano troppo veloci per i miei standard. Quasi tutti i giorni andavo a casa di Jacob e passavo il tempo con lui. I sentimenti per lui si rafforzavano tutte le volte che lo vedevo, tanto da credere che il mio povero cuoricino non reggesse più la pressione. Il caso Cullen non mostrava nessun progresso. Forse perché la mia mente era troppo impegnata a pensare a Jacob! Quando tornavo a casa, lui era il mio chiodo fisso. A volte non riuscivo neanche a fare i compiti per quanto mi riempisse la mente. E per la maggior parte delle ore guardavo nel vuoto rivivendo i momenti passati con lui. Iniziai a credere che la mia fosse un'ossessione! Per fortuna mia madre era occupata con il nuovo lavoro e non badava molto a me. Per come si leggevano bene le emozioni sul mio viso, avrebbe già scoperto tutto. Jenny non era mai stata tanto invadente nei miei riguardi, quindi di lei non mi dovevo preoccupare più di tanto. Avevamo sempre vissuto in armonia insieme. Forse perché lei era sette anni più piccola e io credevo che non ne valesse proprio la pena prendersela con lei. Era da un po' di tempo che quando vedevo Jacob avevo l'impressione che mi nascondesse qualcosa di molto importante. In alcuni gesti era molto attento, quasi avesse paura di farmi male. Cercavo di non dargli tanto peso, ma non potevo fare a meno di pensarci. Sbuffai, rassegnata. Edward e Bella mi guardarono nello stesso istante. Da quando Bella mi aveva parlato la prima volta nella foresta, avevo sempre pranzato con lei e Edward. Gli altri Cullen stavano in un altro tavolo e mi guardavano male, tutti tranne Alice. Lei mi sorrideva sempre e mi salutava quando mi vedeva. “C'è qualcosa che non va?”, mi chiese Bella. “No, tutto bene. Stavo pensando che dopo c'è l'ora di storia, la mia materia preferita!”, dissi con tono ironico. Edward mi fulminò con uno sguardo. Di nuovo la sensazione che sapesse a cosa pensavo davvero. “La storia non piace proprio a nessuno. Meglio viverla, vero Edward?”, mi appoggiò Bella. Chissà perché ebbi la sensazione che Edward la sapesse lunga. Mi alzai dalla sedia e andai a riporre il vassoio. “Vado a fare quattro passi. Mi devo schiarire un po' il cervello”, esordii. Bella mi salutò con un “Ci vediamo a lezione” e Edward annuì. Mi sembrava troppo pensieroso! Andai a sgranchirmi un po' le gambe nel parcheggio, a quell'ora deserto. E invece, incontrai Mike. “Ciao, Kate. E' da tanto che non parliamo. Te la fai con Cullen adesso?”, mi chiese, acido. “Non riesco proprio a capire cos'hai contro di lui. Ah, sì, lo so. Lui ha Bella, tu no!”, risposi con altrettanta acidità. Si comportava da vero maleducato, ultimamente. Un rombo di motore interruppe la conversazione. Mi girai di scatto e vidi Jacob in sella alla sua moto. Me l'aveva fatta già vedere, una volta, ma non l'aveva mai usata in mia presenza. “Kate!”, mi chiamò, urlando, per coprire il motore acceso. Non capivo davvero che ci facesse lì. Voleva che andassi con lui? Mi avvicinai alla moto e lui spense il motore. “Jake? Che ci fai qui?”, gli chiesi sbalordita. “Non sei felice di vedermi?”, mi chiese, già con il broncio. Alzai gli occhi al cielo. “Come sempre!”, ammisi. Sorrise soddisfatto. “Dai, salta su”, mi incitò “Jake, non posso lasciare la scuola. Che dico a mia madre?”. “Che ti ho rapita!”. Sembrava più ansioso del solito. Forse voleva dirmi qualcosa. “Ok, rapitore, ma la responsabilità te la prendi tu”, e salii dietro. “Mike, dì al professore che mi sentivo poco bene!”, urlai a Mike che guardava tutta la scena da qualche metro di distanza. Brontolò qualcosa e noi partimmo a tutta velocità. Mi dovetti aggrappare forte a Jacob per non cadere. Arrivammo a First Beach, la spiaggia di La Push. Finalmente, dopo tanto tempo, rividi il sole. Mi sedetti sulla spiaggia e mi tolsi il giubbotto. Si stava proprio bene al sole! “Allora? Mi vuoi dire perché siamo qui?”, gli chiesi, impaziente. Ero troppo curiosa! Si sedette al mio fianco. Era troppo serio. Non sembrava nemmeno più lui. “Ecco, io ti devo dire una cosa molto importante”, iniziò, ma si bloccò subito. “Questo l'avevo capito!”, dissi io, sperando che continuasse. “Sai, non tutti i giorni mi vieni a prendere fuori la scuola con la moto quando...”, ma lui riprese a parlare e le parole mi rimasero in bocca. “Io... non sono quello che credi che io sia”. Ecco, mi aveva confusa. “In che senso? Non capisco”. “Io... non sono umano!”. Non mi guardava, non riusciva neanche a guardarmi. Guardava verso il mare, l'orizzonte. O forse anche oltre. “Jake, ma che dici? Certo che sei umano, sei la persona più umana che conosca!”, sbottai. Non riuscivo ancora a capire quel comportamento così distaccato e duro. “Non in quel senso, Kate”, si lamentò della mia stupidità. “Bene, allora spiegamelo, perché io ancora lo devo capire”. Ero arrabbiata. Perché non si spiegava chiaramente? Avevo capito che era una cosa troppo importante ed era quella la cosa che mi aveva tenuto nascosto a lungo. “Io non sono un essere umano. Esistono gli animali” e indicò un granchio che passava in quel momento “gli alieni” e indicò il cielo “gli esseri umani” e indicò me “e io non sono come te”. Cosa voleva dire con questo? Ero più confusa di prima. “Kate, è giunto il momento che tu sappia cosa io sia in realtà”. Quelle parole solenni quasi mi fecero rabbrividire. Jake non era un essere umano? “Io... sono un licantropo!”. Rimasi a bocca aperta. Da quando esistevano i licantropi? No, stavo sognando, sicuro. Mi diedi un pizzico e mi fece parecchio male. No, ero sveglia. “Un... licantropo? Stai scherzando?”, sussurrai. Doveva essere uno scherzo, per forza. “No, purtroppo sono serio”, si girò, forse per vedere la mia espressione che in quel momento mostrava incredulità. “Perché?”, sussurrai di nuovo. Jake un licantropo? Mi sembrava ancora impossibile. “Perché sono un licantropo? Diciamo che è un gene di famiglia”. Ora sembrava più rilassato. “Quindi anche Billy?”. “Sì, anche lui lo era”. “Era?”. “E'... un po' difficile da spiegare. Vedi, noi licantropi non invecchiamo, a meno che non smettiamo di trasformarci in lupi. Quando smettiamo, iniziamo ad invecchiare”, spiegò chiaro. “Tu... non invecchi? E la trasformazione si controlla? Ma non serve la luna piena?”. Mi sentivo così stupida di parlare di quelle cose così irreali per me. “Vedi troppi film, Kate!”, si beffò di me. “Be', scusa se non sono informata in materia”, dissi con un tono troppo acido. Smise di guardarmi e tornò alle onde. “Scusa, non volevo”, mi scusai. Jacob era un licantropo? Jake? Il mio Jake? “No, non ti scusare. Sarai spaventata da quello che sono e ne capisco le ragioni. Non sono umano, per alcuni versi potrei essere anche pericoloso per te”. “No... no, tu non sei pericoloso. Sono sicura che tu non mi faresti mai del male. Vero, Jake?”, gli chiesi, sicura di me. Non rispose. Il che mi fece preoccupare dato che la persona che amavo – ebbene, lo dovetti ammettere – non mi rispose affermativamente. Ma io sapevo che lui non mi avrebbe mai fatto del male di sua volontà. “Posso farti una domanda?”, gli chiesi all'improvviso. “Sì”, rispose stupito. “Ecco... perché non mi è mai capitato di incontrare un licantropo prima d'ora? Voglio dire... sono più che sicura che non siete gli unici al mondo. E io mi chiedevo: perché qui, a Forks?”. Usai il plurale perché era ovvio che anche Sam, Paul, Jared, Embry e Quil fossero licantropi. Poi mi saltò in mente l'immagine di Emily. Altro che aggredita da un orso! Era stato Sam, ne ero convinta. Adesso tutte le tessere del puzzle ritornavano al loro posto. La pelle più calda della norma, per resistere al freddo. E la statura, poi! Lui rise. Finalmente lo vedevo rilassato e felice come prima. “Vedi, noi licantropi abbiamo un unico nemico naturale. E qui ce ne sono sette!”. “E quale sarebbe questo... nemico?”. Mi sembrava quasi impossibile che Jake potesse avere dei nemici. Lui non poteva odiare, o forse ero io che non volevo che lui odiasse. Deglutii a fatica. Avevo paura della risposta. “Vampiro”, disse, sospirando. Adesso sembrava davvero rilassato, come se si fosse tolto un peso di dosso. Be', era proprio così! Si sdraiò su quel letto di sabbia e mise le braccia dietro la testa. Chiuse gli occhi, come se volesse addormentarsi. Solo un'immagine. La mia mente creò solo un'immagine. “I Cullen!”, dissi a bassissima voce a me stessa. Come avevo fatto a non capirlo prima! In effetti, se ci pensavo, ne avevano tutte le caratteristiche. Almeno, per come i vampiri erano descritti nei libri o per come facevano vedere i film. Pelle bianca, fredda; occhiaie perenni; occhi gialli o neri a seconda del livello di... sete; e straordinaria bellezza! Io ero amica di un vampiro e innamorata di un licantropo! Poteva andare peggio!, mi disse il mio subconscio. Jacob si alzò di scatto e mi guardò incredulo. Quella era una conferma. I Cullen erano vampiri. Tutti. Dal primo, all'ultimo. E Bella era... Sbiancai. Bella era fidanzata con... un vampiro! Ma lo sapeva, certo. Doveva saperlo, per forza. “Kate, c'è qualcosa che non va? Sei bianca come un lenzuolo. Ti senti male?”, mi chiese Jake, preoccupato. “No, tutto bene. Ho solo fatto due più due e... I Cullen sono dei vampiri. Lo sapevo che c'era qualcosa sotto!”, affermai. Jacob mi guardava peggio che confuso. La mia mente continuava a chiedermi perché non provassi paura in quel momento. Perché non avevo paura di Edward anche se avevo scoperto che era un vampiro assetato di sangue? Perché non avevo paura di lui? Jacob non mi faceva paura, era il solito Jake. “Kate, mi fai preoccupare. Ti prego, dimmi a cosa stai pensando! Ti ho turbata? Certo, come non potresti esserlo. Hai appena scoperto che io sono un licantropo e che vai a scuola con un gruppo di schifosi succhias...”, ma si fermò appena vide il mio sguardo di disapprovazione. “No, non sono turbata e non ho nemmeno paura di quello che mi hai detto. E non ne capisco il motivo! Se ero una persona razionale, a quest'ora puoi star sicuro che ero già scappata e avrei pregato mia madre di ripartire all'istante. E invece, sono qui, con un licantropo e finalmente ho scoperto cosa diavolo nascondono i Cullen. Potrebbe andare meglio?”. Mi sentii rinascere. Mi sentii bene! Era davvero un sollievo sapere cosa nascondeva Edward, ma soprattutto cosa nascondeva Jake. “Cioè... mi vorresti far credere che non ti interessa se io non sono umano?”. Era più sbalordito di me a riguardo. “E' qui che ti sbagli, Jake”. Mi avvicinai e mi misi in ginocchio di fronte a lui. Gli posai una mano sul petto per sentire i battiti del cuore. “Tu sei umano, più umano di quello che credi. Hai due occhi, un naso, una bocca, due orecchie. Il tuo cuore batte.” e notai che aveva accelerato. “Siamo uguali in tutto e per tutto. E non mi interessa se ti sai trasformare in un lupo, anzi. Hai qualcosa in più di me e tu te ne preoccupi?”. Era bello poter dire quello che pensavo su di lui in quel momento. Era come se non avessimo più segreti. “Quindi, non c'è nessun problema se io sono quello che sono?”, mi chiese abbassando lo sguardo. “E che problema ci dovrebbe essere?”. Risi piano, per non offenderlo. Lui mi prese la mano che avevo ancora poggiata sul suo cuore e mi strinse in un forte abbraccio. Eccomi di nuovo rossa di vergogna. “Jake, ti posso fare una domanda?”. “Tutte quelle che vuoi”, mi disse all'orecchio. “Come avviene la trasformazione?”. Stavo solo cercando di capirci qualcosa di più. E poi volevo allungare quei pochi momenti in cui ero tra le sue braccia! “Be'... Se ci arrabbiamo iniziamo a tremare e poi... Eccoci lupi. E' tutto molto rapido. Se vuoi te la mostro!”, mi sussurrò sempre all'orecchio. “Perché? Ti sto facendo arrabbiare?”. Un po' lo temevo, quei discorsi non dovevano fargli granché piacere. “Come potrei arrabbiarmi con te?”. “Allora vedi che non c'è pericolo che tu mi faccia del male? L'ho capito subito che tu hai paura di farmi quello che Sam ha fatto a Emily. Ma io mi fido di te, Jake”. Chiusi gli occhi. Era davvero caldo e confortevole, come il mio letto. “Sei perspicace! D'altronde hai capito da sola che i Cullen sono vampiri, di che mi meraviglio?” e rise di se stesso. “Scommetto che è da poco che sei un licantropo”. Si irrigidì, e io la presi per una conferma. “Lo sapevo. Si vede, un po'. A volte hai paura anche di sfiorarmi. Immagino che hai una forza sovrumana, certo, ma non temere di farmi del male! Se non lo vuoi, non lo fai. E' semplice!”. Mi allontanò per guardarmi. Vederlo scrutarmi nell'anima mi faceva battere il cuore talmente forte da sentirmelo in gola. Forse anche lui riusciva a sentirlo, chissà! “Come ho fatto fino ad oggi senza di te?”, mi chiese, dubbioso. Risi. “Non ti dimenticare di Bella, mio caro. Ho notato che sguardo hai quando la nomino”. Iniziò a tremare. Ma brava, l'hai fatto arrabbiare! Ecco la vocina nella mia testa. “Jake, non volevo farti arrabbiare, perdonami”. “No, è tutto a posto. Adesso mi calmo”. Il tremore svanì poco a poco. Sospirò. “Il fatto è che hai toccato un tasto sensibile...” “Non ti piace che stia con Edward. Come biasimarti, è un vampiro! E Bella è la tua migliore amica, certo”, affermai. Abbassai lo sguardo. Sapevo che Bella era molto importante per Jacob, ma dirlo ad alta voce mi fece mancare il respiro. “Kate... Da quando ci sei tu Bella non conta più niente. Hai illuminato la mia vita come un fulmine in una notte buia. Ecco, credo che questa sia la definizione giusta. Ci sei solo tu, adesso!”. Mi prese il viso con le mani calde e lo sollevò per farmelo fissare negli occhi. Avvicinò piano il suo viso e le sue labbra premettero sulle mie. Il calore si propagò dalle labbra fino alla bocca dello stomaco. Provai mille sensazioni tutte in una volta. Mi girava la testa. Forse dovevo respirare, perché me ne ero dimenticata. Sentivo solo il sapore caldo delle sue labbra. Sentivo solo il suo profumo. Sentivo solo Jacob. Era il mio primo bacio e mai avrei immaginato che sarebbe stato così... caldo. Caldo e confortante, come una barca che trova il porto in una notte nebbiosa. Mi sentivo al sicuro, lui mi faceva sentire al sicuro. Come poteva farmi paura? Come potevo solo pensare che lui potesse farmi del male? E lui, come poteva essersi innamorato di me? Perché quel bacio significava questo, vero? Io di certo non lo meritavo, era troppo buono e gentile. Era meglio di quello che potessi desiderare. Si allontanò delicatamente. Quando riaprii gli occhi mi accorsi che ero rimasta immobile, con le mani appoggiate al suo petto. Delicatamente, tolse le mani dal mio viso. Sentivo le guance bollenti e di sicuro erano rosse sia per il calore sia per l'imbarazzo. Continuavamo a fissarci. Lui mi fissava, come se cercasse qualcosa nel mio sguardo. Magari si chiedeva se anche io volevo quel bacio. “E... questo?”, riuscii a dire, ma la voce mi uscì più roca di quanto mi aspettavo. Mi schiarii la voce e lui sorrise. “Come, sei così perspicace e non hai capito il significato di un gesto così chiaro?”, chiese in senso ironico. Finsi stupore. “I licantropi si innamorano?”. “Ehi!”, mi rimproverò. “E dai, scherzavo”, e feci una linguaccia. Si rilassò e sorrise di nuovo. “Quindi, questo sta per un 'sì, mi piaci anche tu'?”. “Hmm... diciamo che il verbo piacere non è la definizione giusta, però... Sì, direi di sì”. Eh no, il verbo piacere era troppo poco! Amare andava bene. Forse un po' esagerato, ma ci andava vicinissimo. “Bene. Temevo di aver fatto la cosa sbagliata dato che non ti sei mossa di un millimetro”. “Scusa se era il mio primo bacio!”. Ero un po' arrabbiata, giusto un po'. “Davvero?”, chiese meravigliato. “Sì”, risposi di mala voglia. Avvicinò il suo volto al mio. Il mio cuore impazzì di nuovo. “E ti è piaciuto?”, domandò curioso. “Jake!”, lo rimproverai. Ma che razza di domande! “Scusa, era il primo anche per me. Ero curioso, tutto qui”, si giustificò stringendosi nelle spalle. Feci un sospiro di sollievo. Almeno non ero l'unica ignorante in materia. Risi di me stessa. Probabilmente Jacob mi stava prendendo per pazza, ma andava bene così. Tolsi le mani dal petto di Jake, stava diventando imbarazzante. Riuscii ad alzarmi e persi l'equilibrio. Per fortuna Jacob riuscì a mantenermi, altrimenti sarei caduta! “Ancora stordita dal bacio?” mi chiese, ridendo. “Probabile”. Non volevo dargliela vinta, ma volevo fargli capire quanto ero pazza di lui. “E comunque, mi devi dire ancora un sacco di cose”, gli ricordai. “Chiedi pure”, mi incitò incrociando le braccia al petto. Iniziammo a passeggiare. “Perché me l'hai detto? Immagino che la vostra identità debba rimanere segreta”. Già, quella domanda mi rimbombava in mente da quando me l'aveva detto. “A te lo potevo dire”. Non disse altro. “Cosa da lupi?”. Rise. “Capisci in fretta, mi fa piacere! Diciamo di sì”. “E perché a me lo potevi dire? Non è che sia tanto speciale!”. “Oh, no. Sei più speciale di quello che credi, fidati”. Non capivo quello che voleva dire. Era un complimento, certo, e ne fui lusingata, ma c'era qualcosa dietro. “Vuoi spiegarti meglio? O devo tirare a indovinare?”, dissi, guardandolo combattiva. “Ok, ok. Dunque... Alcuni di noi, appena vedono una ragazza, provano una specie di colpo di fulmine, ma molto più forte. E' così che riconosciamo le nostre anime gemelle. In realtà colpo di fulmine è proprio un eufemismo. Da quando la vedi, è come se la forza gravitazionale cambiasse rotta. E' come se lei fosse la Terra, e non il pianeta stesso. Per lei potremmo fare tutto, esiste solo lei. Il resto non ha importanza. Tutto questo di chiama imprinting”. Imprinting. Mai sentito prima.Spalancai gli occhi per la meraviglia di quello che mi aveva appena confessato. “Tu... hai avuto l'imprinting con me?”. Io? E perché mai?“Esattamente!” e fece un sorriso a 32 denti. Sbattei gli occhi più volte. No, non era possibile. “E non c'è una scelta?”. Per come l'aveva descritto lui, no. “Per me no, per te sì. Sarò per sempre tuo!”. Adesso era serio. Mi sentii girare la testa e perdere l'equilibrio. Le mie gambe cedettero e Jacob riuscì di nuovo a non farmi cadere. “Oggi non ti reggi proprio in piedi, eh?”, mi chiese ridendo. Sapeva che era per colpa sua. Tutte quelle confessioni in una volta sola mi stavano facendo venire l'emicrania. Mi rialzai a stento. Avevo bisogno di zuccheri, dovevo stuzzicare il cervello. “Forse è meglio se ti accompagno a casa”, disse, prendendomi in braccio. “No, un altro po'. Devo sapere altre cose!”. Non volevo cedere, non dovevo! “Mi chiederai tutto in macchina, mentre ti riaccompagno” e mi accarezzò i capelli. “Va bene”, dissi con un filino di broncio. Lui rise. Era quello il mio scopo. Nonostante mi tenesse in braccio, riuscì a prendere la moto con una mano e a portarla fino a casa. Poi mi posò delicatamente sul sedile del passeggero della sua Golf e partimmo. “Vorrei sapere qualcosa di più sui Cullen”. Già, non sapevo un bel niente, tranne che erano vampiri e che erano stati tutti adottati dal dottor Cullen. Solo allora mi resi conto che la parola “adottati” poteva avere un altro significato. “Trasformati”, mi suggeriva la vocina, ma poteva darsi che mi sbagliavo. Sbuffò. “E va bene. Dunque, non sono cattivi, infatti non bevono il sangue degli esseri umani. E' perché così sperano di essere meno mostri. Io non sono d'accordo, ma affari loro. Noi siamo mostri, qualsiasi cosa facciamo”. “Non sono affatto d'accordo con te. L'essere mostro è determinato da quello che fai, non da quello che sei”. Ne ero più che convinta. C'erano molti mostri umani, anche troppi. Sorrise compiaciuto. “E' proprio quello che dice anche Bella”. Rimasi in silenzio. Non sapevo che dire. “Comunque, se vuoi tenerti un segreto, è meglio se non ci pensi quando stai a scuola”, mi avvertì. Pensai un attimo a quelle parole. C'era qualcuno a scuola che sapeva leggere nel pensiero, dunque. Ma chi? Sospirai. “Edward! Benissimo, non avrò mai più il coraggio di andare a scuola o solo di guardarlo”. Come avevo fatto a non accorgermene? Lui sapeva tutte le bugie che avevo detto e perché le avevo dette. Già, il perché però doveva far piacere anche a lui. Non volevo far soffrire Bella! Guardai Jacob di sottecchi. “E' l'unico che ha questo potere, vero?”, chiesi in preda all'ansia. “Questo potere sì!” Sospirai di sollievo, ma subito mi agitai di nuovo. “E gli altri poteri quali sono?”. Rise di gusto di fronte alla mia espressione preoccupata. “Quella bruna ha il potere di vedere il futuro, ma in modo approssimato. Quello biondo, invece, può tranquillizzare o agitare le persone. Controlla gli stati d'animo, ecco. Gli altri sono normali”. Sospirai di nuovo di sollievo. Almeno avevo solo tre vampiri dei quali preoccuparmi. Uno che leggeva nella mia mente, uno che vedeva nel mio futuro e uno che sapeva se avevo paura, se ero felice ecc. “Ma tu non ti devi preoccupare di quella che legge il futuro”, esordì. “E perché?”. “Se hai in programma di passare del tempo con me, sei al sicuro. Non può vederci e quindi non può vedere te”. I licantropi erano immuni al futuro di Alice. Lei non poteva vederli. Ottima notizia! Parcheggiò sul vialetto di casa mia. Chissà che ore erano. Guardai fuori e notai la mia auto ben parcheggiata. Scesi dalla Golf e mi diressi vicino all'auto. Dentro c'era il mio zaino. Ma chi aveva portato lì quella roba? “La sanguisuga è stata qui”, rispose Jacob ai miei pensieri. “Edward?”, domandai sbalordita. “Probabile”, rispose e si strinse nelle spalle. Ma come aveva fatto? Ah, giusto. Le chiavi erano nello zaino, certo. Una folata di vento mi scompigliò i capelli. Tremai. Da quando mi ero tolta il giubbotto non l'avevo più rimesso e ora morivo di freddo. In un attimo, Jacob mi fu dietro e mi strinse in un abbraccio forte. Ecco che il calore si propagava dalla schiena. Mi girai e lo abbracciai a mia volta. Avevo totalmente perso la cognizione del tempo. “Vuoi entrare in casa? Mia madre è a lavoro e mia sorella è a scuola. Potresti farmi compagnia ancora un po'...”, sussurrai. “Devo andare, mi dispiace. Sam e gli altri mi aspettano ed è già tardi”. Mi rattristai. Volevo rimanere ancora un po' con lui. Mi sollevò il mento con le dita e mi scrutò di nuovo l'anima. “Non essere triste. Se vuoi domani ti rapisco di nuovo”, disse e mi baciò senza darmi il tempo di rispondere. Ero davvero in paradiso quando mi baciava. Riusciva a farmi sentire felice anche se dovevo essere triste. Tutti i miei pensieri svanivano all'istante e mi faceva sentire confusa, come dopo una botta in testa. Questa volta durò molto di più, forse perché le mie braccia cingevano il suo collo. Mi accarezzò la guancia e si diresse vicino la sua auto. Quando la raggiunse, si girò e mi sorrise. “Jake?”, lo chiamai. “Sì?”, mi chiese curioso. Sorrisi. “Sì, mi è piaciuto il primo bacio” ed entrai in casa. Dalla finestra, lo vidi saltare di gioia e urlare un “Evvai”. Edited by gokugirl - 6/1/2009, 19:11
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 6. Cambiamento L'indomani mattina mi svegliai presto. Quella mattina avevo un'interrogazione molto importante di storia, la materia che più odiavo al mondo. Non avevo studiato per niente in quella settimana. Non sapevo un bel niente e un po' era anche colpa di Jacob. Se solo non lo avessi mai conosciuto... Scrollai la testa per scacciare quel pensiero. Se non lo avessi mai conosciuto, adesso non sarei innamorata marcia e non avrei avuto il primo bacio. Arrossii pensando al bacio. Iniziai di nuovo a fantasticare mentre sorseggiavo la tazza di latte. Non sarei andata bene all'interrogazione, se continuavo così. Mi alzai dalla sedia e andai al piano di sopra, in camera mia. Tutto taceva. Mia madre e Jenny dormivano ancora, era troppo presto. Mi vestii in fretta, presi lo zaino e uscii. Guidai fino a scuola. Ovviamente era deserta. Ero la prima, persino il bidello doveva ancora arrivare! Mi sedetti su una panchina del parcheggio e presi il libro di storia. Dovevo imparare almeno qualcosa, per non fare una bruttissima figura. La mia media quasi perfetta ne poteva risentire parecchio. E io volevo mantenere quel ritmo, anche se era pressoché impossibile se continuavo a pensare a Jake. Lessi la prima frase come minimo dieci volte, senza risultato. Chiusi il libro e lo sbattei a terra. Accavallai le gambe stizzita. Una mano raccolse il libro e me la porse. “Grazie mille, signor Wandom”. Era il bidello che stava per aprire la scuola. “Come mai così presto?”, mi chiese gentile. “Avevo in mente di imparare qualcosa prima della lezione, ma non ci riesco”, dissi sconsolata. “Se vuoi ho la stanza che fa per te”, mi disse mentre girava la chiave nella toppa. Mi guidò verso un'aula che non avevo mai visto. Era molto spaziosa e... vuota. C'era solo un banco con una sedia. Sì, era proprio il posto adatto a chi non voleva essere disturbato. Ringraziai calorosamente e mi sedetti. Mi sentivo un po' a disagio in quella stanza, da sola. Lessi il primo rigo e finalmente lo compresi. Adesso mi sentivo concentrata e pronta a studiare. Passò una buona mezz'ora prima che iniziassero a girare studenti nella scuola. Avevo imparato più o meno bene un intero capitolo. Ero fiera di me. A casa ci mettevo un'ora solo per un capitolo e imparato anche piuttosto male. Passarono altri dieci minuti. Sentivo i passi degli studenti sempre più numerosi, le loro chiacchiere e i loro sussurri. Nonostante ciò, riuscivo a studiare benissimo. Forse era la stanza, l'atmosfera tranquilla e rilassante, per niente pesante. Sentii qualcuno correre frenetico. Non avevo mai visto nessuno correre nei corridoi in quel mese che stavo lì. “Dai, corri. Non vorrai mica perderti Cullen che fa a botte”, sentii qualcuno parlare. Cullen? Edward?Mi alzai di scatto e presi il libro in mano, lo zaino in spalla. Camminai lenta verso l'uscita. Rimasi sbalordita dalla scena che si presentava davanti ai miei occhi. Quasi un cerchio di studenti stavano assistendo a qualcosa che non si vedeva tutti i giorni. Edward stava davanti a Bella per “proteggerla” da... Deglutii a fatica. No, non poteva essere. Lui non poteva avere quel ghigno spavaldo sul viso! Vidi l'espressione sofferente di Edward. Non ci pensai due volte e mi avvicinai ai tre. “Che stai facendo a Edward?”, domandai calma. Bella si girò verso di me più che stupita. Il ghigno spavaldo scomparve dal volto di Jacob e venne rimpiazzato da un'espressione quasi dolce. Mi guardava, mi fissava. “Ha solo buona memoria”, rispose Edward. Questo mi fece capire che lui sapeva che io sapevo. Bella mi guardò dubbiosa. Potevo immaginare a cosa pensava. Come conosci Jacob? Come fai a sapere che Edward legge nel pensiero?Continuavo a guardare Jacob. Alzai un sopracciglio. Ero meravigliata nel vedere Jacob lì, non mi aveva detto niente il giorno prima. Forse voleva parlare da solo con Edward o con Bella e non voleva me tra i piedi. “Esattamente”, confermò Edward i miei pensieri. Era strano adesso che Edward rispondeva ai miei pensieri senza che io parlassi. Gli sorrisi per un attimo, poi ritornai a Jacob. Tutti gli studenti ci guardavano dubbiosi. Forse non capivano cosa io centrassi lì in mezzo. “Che ci fai qui, Jacob?”, gli chiesi ancora calma. Non volevo far trapelare nessuna emozione. E non volevo neanche pensare al bacio del giorno prima in presenza di Edward, né all'espressione di Jacob di qualche minuto prima. Era qualcosa che non avevo mai visto e che non avrei mai voluto vedere. Lui non rispondeva. Mi continuava a guardare come se fosse incantato. Cosa avrei dato per poter leggere nel pensiero come Edward! Lui di sicuro sapeva a cosa stava pensando Jacob. “Sta arrivando il preside, è meglio se torniamo in classe”, disse Edward interrompendo i miei pensieri. “Jacob, vai a scuola”, gli dissi. Questa volta non rimasi per niente calma, mostrai tutta la mia angoscia per quella visita della quale non sapevo niente. Il suo sguardo si fece preoccupato, ancora non parlava. Bella ci guardava perplessa. Edward anche ci guardava, ma con un'espressione indecifrabile. “Che succede qui?”, domandò la voce del preside. “Qualche problema, signor Cullen?”, chiese a Edward. “Nessun problema, signor Greene. Stavamo giusto tornando in classe”. “Bene. E se vedo qualcun altro girare da queste parti nei prossimi cinque minuti...”, ma non riuscì neanche a finire che se n'erano andati tutti. “Signorina White, anche lei deve tornare in classe”, mi disse gentile. Dopotutto ero la ragazza che aveva superato il test d'ingresso con il punteggio massimo! Annuii, ma non riuscii a muovermi di un millimetro. “Lei è uno studente nuovo?”, chiese a Jacob. “No, signore”, rispose continuando a fissarmi. “Allora è pregato di uscire”, concluse il signor Greene. “Stava giusto andando. Lo accompagno all'uscita, così è sicuro che se ne sia andato”, proposi. “Ottima idea. Mi aspetto di trovarla in classe tra cinque minuti”. Annuii di nuovo e andai vicino a Jacob. Lui mi seguì senza dire una parola. “Immagino che tu volessi parlare da solo con Edward o magari con Bella. Ma potevi dirmelo, così sarei stata in disparte”, dissi quando ormai eravamo fuori dal cancello. Jacob abbassò lo sguardo. “A cosa stavi pensando di tanto brutto da far soffrire Edward?”. “A Bella, dopo che lui se n'è andato qualche mese fa”, disse duro. “Ah”, questa fu la mia risposta. Mi guardò di nuovo. Non sopportavo che mi guardasse senza dire una parola, mi metteva a disagio. “A che pensi?”, gli chiesi. “Mi chiedevo se la tua considerazione di me non fosse cambiata. Forse sì, dato il mio comportamento”, rispose abbassando di nuovo lo sguardo. Eccolo lì il mio Jake, e non poteva essere altrimenti. Quella mattina avevo imparato un lato del suo carattere che non mi aveva mai mostrato. Quello che odiava Edward! Mi avvicinai e lo abbracciai. Come poteva minimamente pensare che la mia considerazione di lui fosse cambiata? “No, non è cambiata. Come potrebbe? E' vero che sei stato molto maleducato, ma è una parte di te e ti devo prendere con le buone e le cattive maniere”. Mi strinse forte tanto da farmi mancare il respiro. Poi però mi lasciò andare. “Avanti, il preside ti aspetta. Ora sono uscito dall'istituto no?”. Lo guardai in malo modo. Il preside poteva benissimo aspettare, anche se la mia brutta figura incombeva sempre di più. “Vieni a trovarmi oggi?”, mi chiese in un sussurro. “Non credo. Devo studiare parecchio e ho molti compiti arretrati”, confessai. “Ok, allora ci sentiamo”, salì sulla moto e partì. Camminai piano verso l'entrata. Le lezioni erano iniziate da poco ed ero in leggero ritardo. Non sapevo come classificare il comportamento di Jacob nei miei confronti. Era stato distaccato, come se non aspettasse altro che andarsene. Non voleva prolungare la visita per parlare con me. Entrai in classe e il professore mi disse di rimanere vicino alla cattedra per interrogarmi. Sono pronta per la figuraccia, mi dissi. L'interrogazione andò meglio di quanto sperassi. Non avevo studiato granché, ma il professore si dimostrò clemente. Nei corridoi c'era un chiacchiericcio più rumoroso del solito e tutti mi fissavano, smettendo di parlare al mio passaggio. Era irritante, ma dopo la quarta ora mi ci abituai. Non avevo nessuna ora in comune con Edward e Bella quel giorno e ne fui sollevata. Ma c'era sempre l'ora di pranzo! Appena entrai, presi solo una bottiglietta d'acqua. Non avevo fame, dovevo pensare! Mi guardai intorno e vidi Edward e Bella seduti al tavolo degli altri fratelli. Pensai che non mi volessero con loro e mi avviai verso un tavolino isolato. Edward mi fece segno di sedermi con loro e io mi sedetti, anche se un po' imbarazzata. “Ragazzi, questa è Katerine White”, mi presentò. Arrossii all'istante. Stare lì mi metteva in imbarazzo. “Piacere, io sono Emmett”, mi salutò il più grosso dandomi la mano. L'accettai un po' dubbiosa. Se ci avessero presentato quando io non avevo la minima idea di quello che erano, forse sarei stata più felice. Sentivo come se fosse un obbligo presentarci. La bionda mi continuava a fissare quasi disgustata. Ce l'aveva con me. Potevo capirla dato che sapevo il loro segreto. “Loro sono Rosalie, Jasper e Alice”, continuò Emmett. Rosalie continuava a fissarmi in malo modo. Iniziava a farmi paura. Forse Jasper tranquillizzò l'atmosfera perché mi sentii calma e rilassata in meno di cinque secondi. “Tranquilla, non ti vogliamo mica mangiare!”, mi rassicurò Alice. “Molto spiritosa, Alice”, la rimproverò Edward. Forse mi aveva letto nel pensiero. Stavo pensando alla parola mangiare e a tutti i significati che quella frase poteva avere. “Scusa, non intendevo... scusa, cercherò di stare più attenta”, e mi sorrise dolcemente. Non avevo spiccicato una parola da quando stavo lì. Mi sentivo troppo a disagio, non era il mio mondo. “Non ti preoccupare”, la rassicurai. “Jasper, per favore, potresti smetterla di calmarmi? Sono calma”, dissi tranquilla. Dopo quella frase, successero un sacco di cose contemporaneamente. Emmett rise, Rosalie mi ringhiò contro, Jasper smise di tranquillizzarmi, Edward ringhiò contro Rosalie, Bella mi guardò sconvolta e Alice mi mise una mano sulla spalla. Sì, Rosalie ce l'aveva con me, era chiaro ormai! “Allora, immagino che qualcuno ti abbia detto il nostro segreto e so chi è stato”, iniziò Edward. “No, ti sbagli”, dissi. “Jacob non mi ha detto un bel niente sulla vostra identità. Mi ha detto tutto sulla sua e mi ha detto che qui, a Forks, c'erano dei vampiri. Sono stata io a capire che eravate voi. Eppure mi meraviglio, Edward. Dovresti saperlo, mi leggi nella mente in continuazione. E' dal primo giorno che vi ho visto che ho iniziato a sospettare qualcosa, ma non sapevo proprio quali pesci pigliare! Quando ho sentito quella parola, tutto ha iniziato a tornare al suo posto”. Sospirai. C'era un'aria troppo tesa in quella mensa. Sentivo gli occhi puntati addosso, ma ero certa che nessuno potesse sentirci. Emmett rise. “Mi piace questa ragazza!”. Rosalie lo guardò in cagnesco. Era l'unica che dimostrava una certa disapprovazione. “Sì, la tua mente è affascinante. Sei molto perspicace e riflessiva. Fai certi ragionamenti un po' contorti e a volte bizzarri che però si dimostrano infallibili”, disse Edward pensieroso. “Lo prendo per un complimento”, esclamai sorridente. “Ma se conoscevi Jacob... Perché non mi hai detto niente? Credo che ti abbia parlato di me...”, chiese Bella. “Perché ho visto la faccia che fa Jacob quando parlo di te. E' la stessa che avevi stamattina quando l'hai visto. Soffrite troppo, e io non voglio”. “L'avevo detto che era perspicace!”, esclamò Edward alzando le spalle. Finalmente l'atmosfera si alleggerì. Sembravano ben disposti a farmi entrare in quella compagnia, ora che sapevo il loro segreto. “Kate, che rapporto c'è tra te e Jake?”, mi chiese di nuovo Bella. Non mostrava il suo dolore, ma riuscivo a percepirlo. “Ecco... Stiamo insieme, credo...”. In realtà non ne ero proprio sicurissima, ma doveva essere per forza così. “Certo, certo”. Usò lo stesso tono di voce di Jacob quando si rivolgeva a suo padre. Abbassai lo sguardo. Era ovvia una reazione del genere da parte sua, ma non ero ancora pronta. “Scusa, è che mi ci devo abituare”, si scusò, sincera. Sapevo che per lei doveva essere dura vedere il suo migliore amico con una che si era appena trasferita e che ficcava il naso in affari che non le riguardavano. “No, non ti preoccupare. Mi ci devo abituare anche io, credimi. Vedi, io lo... amo. E lui ha avuto l'imprinting con me. Probabilmente se non l'avesse avuto, adesso non staremo insieme”, confessai. Era la mia maggiore preoccupazione, quella. Se Jacob non avesse avuto l'imprinting a quell'ora sarei stata depressa e pensierosa come i primi tempi. “Ha avuto anche lui l'imprinting?”, mi domandò attonita. Annuii. Il silenzio divenne padrone del tavolo tanto da riuscire a sentire gli studenti del tavolo più vicino. Erano Mike e i suoi amici. Sentivo chiaramente che stavano puntando su chi avrebbe vinto tra Edward e Jacob. Mi alzai di scatto dalla sedia. “Bene, io vado a lezione. Bella, ci vediamo a biologia”, mi congedai. L'ora di biologia arrivò troppo in fretta. Dovevo spiegare bene a Bella quello che era successo, dirle tutta la verità prima che lo facesse Edward. Quando la vidi entrare, la salutai e le feci segno di sedersi accanto a me. Non oppose resistenza e passai l'ora a scrivere un biglietto dove le spiegavo tutto. Quando suonò la campanella, glielo diedi e lei lo ripose nello zaino promettendomi che l'avrebbe letto a casa. Arrivai a casa il più in fretta possibile. Avevo due compiti scritti da consegnare il giorno dopo e non avevo più tempo. In camera mia, sulla scrivania, giaceva una lettera incustodita. Edited by gokugirl - 6/1/2009, 19:25
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 7. Amore Guardai a lungo la lettera e per qualche secondo quasi sperai fosse di Jacob. Lessi il mittente: Julian White Papà, pensai rassegnata. Cosa ti aspettavi?, mi chiese la solita vocina. Sembrava l’unica razionale tra noi due! La aprii svogliatamente e lessi in fretta quello che c’era scritto. Voleva che andassi da lui la settimana prossima per le vacanze di Pasqua. Vacanze? Mi ero quasi dimenticata che mancavano poche settimane alla fine della scuola. Avevo talmente tanto a cui pensare che avevo perso la cognizione del tempo. La settimana prossima non dovevo andare a scuola. Be’, l’avrei passata volentieri in tutt’altra maniera, ma da mio padre andava bene. E poi Jacob sembrava arrabbiato con me e io non avevo il coraggio di iniziare la conversazione. Una settimana fuori da quella città forse mi avrebbe fatto bene e avrei potuto riflettere in santa pace. Presi il quaderno dallo zaino e iniziai a scrivere. “Mamma, sai che papà mi ha inviato una lettera?”, le chiesi mentre preparavo la tavola. “Certo, l’ho messa io sulla scrivania!”, mi rispose girando il contenuto nella pentola. “Ecco, mi ha chiesto se vado a passare le vacanze di Pasqua da lui”. “Sì, vai pure. Portati anche Jenny, però!”. “Ma così rimarrai da sola! E poi volevo andare con l’aereo, non so se lei ha paura”. Era il primo anno che viaggiavo da sola e non volevo la responsabilità di Jenny sulle spalle. Ed era anche il primo anno che andavo da mio padre quando la mamma non era ancora fidanzata con qualcuno. “Dove devi andare?”, chiese Jenny entrando in cucina. “Da papà”, risposi di mala voglia. “Voglio venire pure io!”, affermò decisa. “Vado con l’aereo!”, affermai altrettanto decisa. “E vengo pure io!” e fece la linguaccia. La settimana passò velocemente. La mattina andavo a scuola presto e mi rifugiavo in quell’aula a studiare. Il bidello quasi voleva mettere la targhetta con il mio nome fuori la porta! A pranzo mangiavo sempre con i Cullen e sentivo addosso lo sguardo curioso e un po’ invidioso degli altri studenti. Tutti sembravano avermi accettata, tranne Rosalie. I primi giorni continuava a guardarmi con disprezzo, poi iniziò ad ignorarmi del tutto. Preferivo quando mi guardava male! Di Jacob nessuna traccia. Edward – leggendo i miei pensieri leggermente ossessivi – mi spiegò che il branco aveva avvistato un vampiro e che gli stavano dando la caccia. Probabilmente era così impegnato da non poter nemmeno telefonare. Cercavo di pensarla così, e ci riuscivo. Tra la realtà e l'illusione avevo scelto l’illusione. Bella mi parlava poco e niente, solo lo stretto necessario. Ancora non accettava il fatto che Jacob avesse scelto una come me. Era gelosa, glielo si leggeva in faccia. Misi lo spazzolino nella valigia e scesi al piano di sotto dove mi aspettavano Jenny e mia madre. Lei ci accompagnava all’aeroporto di Seattle con la macchina e poi dritte a Los Angeles con un bel volo. I miei genitori avevano divorziato quando io avevo 12 anni e Jenny 5. Si amavano troppo, ma si erano sposati giovanissimi. Il loro amore iniziò a sfumare quando io avevo 10 anni. Litigavano spesso, ma facevano subito la pace. Un giorno decisero di separarsi perché dicevano di essere diventati come fratelli, si volevano un bene immenso ma non si amavano più. Ero molto felice del loro rapporto attuale, ma mi chiedevo spesso che cosa sarebbe successo se mia madre non fosse rimasta incinta a 19 anni. “Kate, perché papà non si rifà una vita come la mamma?”, mi chiese improvvisamente. “Vedi, JeJe, non è facile dimenticare certe cose. Forse papà non ha ancora trovato la persona giusta”. Era difficile spiegare certe cose a una bambina, anche se Jenny era più matura di chiunque altra bambina di 10 anni. Alla sua età aveva già visto quasi tutti gli Stati Uniti e aveva dovuto subire il divorzio dei genitori. Ne aveva sofferto più di me, ed era comprensibile. Vedere tutti quegli uomini che entravano e uscivano nella vita di nostra madre era stata una vera sofferenza. Un giorno, mamma sorrideva. Il giorno dopo, era depressa perché l’ennesimo uomo l’aveva lasciata a causa nostra. “Nemmeno la mamma, però lei ci prova”. Rimasi quasi commossa da quelle parole. Nonostante tutto, Jenny aveva capito più di quello che avessi capito io. Nostra madre provava a dimenticare, papà no. Non mi resi neanche conto delle ore che passavano. Atterrammo e papà era lì ad aspettarci. Appena scesi dall’aereo, mi tolsi il golfino. Quel calore poco familiare mi sorprese. Jenny corse ad abbracciare papà mentre io portavo le nostre valige. “Kate, sei cresciuta!”, mi salutò lui appena mi fu vicino. “Dici sempre la stessa cosa, papà. E tu non sei invecchiato!”. Rise. Mi era mancato molto quel suo sorriso solare e caldo. Mi faceva sentire a casa. In macchina, guardavo fuori dal finestrino. Il vivere a Forks mi faceva guardare le cose da un’altra prospettiva. Non c’era un po’ di verde. Il grigio aveva invaso la città. Risi di me stessa. Stavo diventando un’ambientalista! Mio padre continuava a tappezzarmi di domande alle quali rispondevo in maniera esauriente. Domande del tipo: “Ti piace Forks? Come va la scuola? La casa è di tuo gradimento? Hai fatto amicizia?”. Vivere con mio padre era sempre stata una pacchia. Facevamo quello che ci pareva, non ci imponeva nessuna regola o costrizione. Quando uscivamo, se vedevamo qualcosa che ci piaceva, subito la comprava. Ci viziava troppo, ma ci pensava la mamma a sistemare le cose al nostro ritorno. Il pranzo e la cena erano le parti della giornata che ci piacevano di più. Quando eravamo piccole – fino al mio quattordicesimo compleanno – mangiavamo le schifezze che mio padre aveva in casa: biscotti, cioccolatini, caramelle, cereali, pane e tutte le cose già pronte che si trovano nei supermercati. Negli ultimi anni, invece, andavamo nei ristoranti o nelle pizzerie. Quest’anno sarebbe stato diverso. Avrei preparato io il pranzo e la cena e mi sentivo più importante del solito. Avevo un nuovo compito: accudire papà e Jenny! Arrivammo a casa molto presto e sistemammo le nostre cose nella nostra stanza. Quanto mi era mancata quella casa! Non credevo si potesse sentire nostalgia di un oggetto e invece era proprio così. Ne avevamo passate di cotte e di crude lì dentro. Ci avevo vissuto 12 anni, gli anni più belli della mia vita. Improvvisamente mi balenò in mente l’immagine sorridente di Jake. Forse gli anni più belli della mia vita li dovevo ancora vivere. Ecco l’immagine di Sam ed Emily. Loro sì che erano felici, due anime gemelle, due tessere di un unico puzzle modellate l’una sull’altra. E io e Jacob? Avremmo mai trovato la felicità come Sam ed Emily? Forse sì, forse no. C’erano varie possibilità che questo accadesse. Prima possibilità: la solita fuga d’amore di mia madre. Ne avrei retta un’altra? Magari l’avrei potuta convincere a rimanere a Forks oppure sarei potuta rimanere solo io, a Forks. Se tra me e Jacob sarebbe andato tutto bene, potevo rimanere. Il primo amore lo dovevo vivere anche io, mia madre non poteva impedirmelo. Seconda possibilità: mamma trova l’amore della sua vita e rimaniamo a Forks. Lei felice, io felice. Ma purtroppo, ce n’era anche un’altra: mamma felice, io no. Magari Jacob non aveva avuto davvero l’imprinting con me – era una domanda che mi ronzava in testa da qualche giorno – e mi avrebbe abbandonata al mio destino. A quel punto, sarei scappata io. Come avrei potuto vivere a Forks sapendo che Jacob era lì? “Cuoca, io avrei una certa fame. Quando si mangia?”. La voce di mio padre interruppe i miei pensieri. Grazie, pensai e gli sorrisi. Dovevo solo concentrarmi su mio padre e basta. Niente pensieri negativi. Andai in cucina e rovistai nel frigorifero. C’era abbastanza per una cena completa. Preparai una pasta al pomodoro e per secondo carne con contorno di patatine fritte. “Pancia mia fatti capanna”, esultò mio padre prima di buttarsi sul cibo. Jenny mi sembrava troppo silenziosa. Era stata entusiasta all’idea di rivedere papà e ora non spiccicava una parola. “JeJe, c’è qualche problema?”, le chiesi preoccupata. Non era da lei stare in silenzio così a lungo! “No, niente” e sbuffò. “Avanti, se non ti piace la mia cucina non mi offendo”, la rassicurai. “No, non è questo. Di solito andiamo a mangiare fuori e mi piace. Mi ci devo abituare, tutto qui” e sorrise. Quando faceva così dimostrava di essere più matura della sua età. Un’altra bambina si sarebbe messa a fare i capricci. Ma c’era un’altra cosa che mi turbava. ‘Mi ci devo abituare, tutto qui’. Quelle parole mi rimbombavano in testa. Le stesse parole che aveva usato Bella. Non volevo perdere la sua amicizia, ma non volevo rinunciare a Jacob. Perché l’amore e l’amicizia non potevano andare d’accordo? Perché Bella non mi accettava? Cosa c’è che non va in me?“Ok, allora domani si pranza fuori!”, annunciò nostro padre con il suo solito sorriso. “Grazie, papà”, lo ringraziò di cuore – si sentiva dal tono di voce – Jenny e lo abbracciò. “Vorresti insinuare che preferisci il cibo dei ristoranti al mio?”. Affilai lo sguardo per farmi minacciosa. “Senza offesa, sì”. Ridemmo rumorosamente. “Kate, c’è qualcosa che vorresti dirmi?”, mi chiese mio padre di brucia pelo. Deglutii rumorosamente. Possibile che si era accorto che nascondevo un segreto più grande di me? “Ti sei innamorata”. Non era una domanda, era un’affermazione. Qualcosa gli aveva fatto capire che ero innamorata. Eppure non avevo nominato neanche mezza volta Jake. Jenny iniziò a fissarmi guardinga. Che stava cercando? “Come… come hai fatto a capirlo?”, gli chiesi. Era inutile nascondere qualcosa che era ovvio. “Kate si è innamorata? Tu ti sei innamorata? TU?”. Jenny era più che sbalordita della notizia. Non sospettava nulla. “Cosa c’è di così strano?”, le chiesi falsamente stizzita. “Ah niente. E’ la prima volta in… 17 anni?”, rispose con ironia. “Ma sentila, l’esperta!”. Fermammo il nostro piccolo battibecco e guardammo papà. Era stato il primo ad intuire qualcosa e – dato che non mi era mai successo prima – non sapevo come avrebbe reagito alla notizia. Era sempre stato molto protettivo nei nostri confronti. Ma in quel momento era pensieroso e mi fissava. Non era fastidioso, ma mi metteva a disagio. Stava scrutando la mia espressione per capire qualche altra cosa. Il silenzio aleggiava in tutta la casa. Fui io a spezzarlo per prima. “Papà, sul serio. Come hai fatto a capirlo?”. “Dai tuoi occhi. C’è una luce che non c’è mai stata. Le so riconoscere le donne innamorate e tu sei sangue del mio sangue. Ti conosco troppo bene”. “Maledetta la mia faccia. Dovrei girare con una busta in testa!”. Ormai tutti erano capaci di leggermi le emozioni sul viso. Papà era il più bravo in assoluto. “Non è la tua cotta che mi preoccupa”, affermò subito dopo. Cotta? Sì, per lui era più facile definirla così. “E cosa?”, gli chiese Jenny. “Io mi preoccuperei di lui!”. Mia sorella non mi aiutava. Forse ce l’aveva con me perché non era stata la prima a saperlo. Di solito le raccontavo sempre tutto. “Ovvio che mi preoccupo anche di lui, ma mi voglio fidare del suo buonsenso. Però c’è qualcosa che non va, qualcosa che ti fa soffrire”, ricominciò rivolgendosi a me. Ma come diamine faceva? Capivo che mi si leggeva tutto in faccia, ma non pensavo così tanto. “Su, non ti sconvolgere. Sono un ottimo lettore!”, disse compiaciuto. “Me ne sono accorta!”, risposi sbuffando. “Ho indovinato?” Annuii guardandolo di sottecchi. Non volevo si preoccupasse inutilmente. “Mi chiedo da quand’è che mi nascondi le cose”, borbottò Jenny. Da quando mi sono innamorata, rispose acida la vocina nella mia testa. Quella situazione piaceva poco anche a lei. “Ne vuoi parlare? Sai che con me puoi parlare di tutto”. Le fatidiche parole che dicono i genitori in ansia. “E vabbe', tanto ormai… Lui si chiama Jacob, è il ragazzo che mi ha trovata nel bosco quando sono scappata – lo sai come è andata. Sono stata quattro giorni a casa sua e l’ho conosciuto meglio. Ogni giorno andavo da lui e dai suoi amici, mi divertivo con loro. Sono le prime persone con le quali ho fatto amicizia a Forks e gli sono molto grata. Inutile dire che a mano a mano che stavo con lui me ne sono innamorata e credo fosse inevitabile”. Feci una pausa. Descrissi Jacob nei minimi particolari, sapevo che papà era interessato. Raccontai la storia di Bella e di tutte le mie preoccupazioni. Dell’ultima volta che l’avevo visto a scuola e di tutti i dubbi che mi affollavano la mente. Ovviamente non dissi che era un licantropo né che andavo a scuola con dei vampiri. Mio padre dimostrò di aver capito la situazione e mi assicurò che si sarebbe risolto tutto per il meglio. Quanto mi sarebbe piaciuto potergli credere. Sapevo che Bella era qualcosa di più di un’amica per Jacob e che non se la sarebbe tolta dalla testa nemmeno sotto effetto dell’imprinting che aveva avuto con me. Però, guardando Sam, credevo che anche Jacob provasse qualcosa di indescrivibile nei miei confronti. Avevo paragonato più volte lo sguardo di Sam quando guardava Emily e quello che riservava Jake per me e sembravano simili. Ma l’amore fa vedere le cose in modo diverso e quindi non sapevo se fossero i miei occhi a vedere così o era la realtà. Quella notte – come era prevedibile – sognai Jacob Black. Edited by gokugirl - 6/1/2009, 21:27
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 8. Ostacoli L’idea di stare tutta la giornata fuori non mi allettava molto, ma ero sicura che mi avrebbe fatto bene. Almeno per i pensieri. Jenny era ancora mezza arrabbiata con me per la confessione in ritardo e non mi degnava di uno sguardo. Poco male! Mi sedetti su una panchina. Ero leggermente cresciuta per andare in un luna park con mio padre e mia sorella. Li avrei aspettati mentre andavano in una di quelle case stregate fatte talmente male che quando esci ridi invece di piangere. “E’ così che si trattano gli amici? Torni e non vieni nemmeno a salutare?”. Mi girai per vedere da chi provenisse quella voce. “Lizzie, ciao!”, la salutai entusiasta e per poco non mi ci buttai addosso. “Che entusiasmo”. La mia migliore amica, da quanto tempo non la vedevo. La mia ancora di salvezza per quella giornata al luna park. “Mi sei mancata. Come sempre”. Ridemmo insieme. “Allora, vacanze di Pasqua?”, mi chiese. “Sì. Anche tu, immagino!”. “Ovvio. E com’è la giungla?”. “Meglio di quello che potessi immaginare, Lizzie. E’ fantastico. Aria pura, odore di pino da tutte le parti. E dai, non fare quella faccia”. Mi guardava a dir poco sconvolta. “Direi che Forks ti ha cambiata parecchio”. “Dici?” e risi ancora. Ci sedemmo sulla panchina dalla quale mi ero appena alzata. “Però c’è qualcos’altro. Avanti, chi è?”, mi chiese ammiccando. “Oh ma insomma! Anche mio padre mi ha scoperta subito. Ma come fate?”. “Te lo si legge in faccia!”, annunciò fiera. Lizzie era la seconda che sapeva leggermi al primo sguardo. Eravamo amiche dall’asilo! Dovetti raccontare anche a lei tutta la storia. Rimase molto affascinata da Edward. La mia dote migliore era quella di saper descrivere bene le persone. “Magari un giorno di questi vengo un po’ a Forks, giusto per conoscere questo Edward”. “Ma ti ho appena detto che è già impegnato!”. “E allora? Gli farò cambiare idea!”. Giusto, lei era la cacciatrice di uomini. Risi di me stessa quando sostituii la parola ‘uomini’ con ‘vampiri’. “Non credo sia facile. Sono molto… uniti”. Come facevo a spiegarle l’attrazione che Edward provava per Bella? Era qualcosa ai limiti del normale, qualcosa che lei non poteva sapere e capire. “Salve, Julian!”, salutò mio padre quando si avvicinò. “Oh, ciao Lizzie. Come mai qui?”. “Non sapevo che fare!”. Scrollò le spalle. Jenny tirò papà per la mano e si allontanarono. Non le piaceva molto Lizzie. Lei era un’ottima amica, lo dimostrava il fatto che non mi aveva abbandonata quando ero partita né gli anni a venire. Era fedele, anche se un po’ troppo intraprendente per i miei gusti. “E quindi, Kate si è innamorata. Era ora!”, alzò gli occhi al cielo. “Certo, tra tante città, proprio a Forks, ma va bene. Se a te piace”, scrollò le spalle. Annuii. Sì che mi piaceva, altrochè! “Bene, allora dovrò darti qualche dritta a riguardo”, annunciò solenne. “No, questo no, ti prego. Risparmiami la lezione su come apparire irresistibili o su cosa devo indossare di biancheria intima”, mi lamentai. Aveva la mia età, ma la sapeva lunga. “Ok, ok, te le risparmio. Ma vi siete baciati?”. Sapevo dove voleva arrivare. “Mi dispiace, ma dovrai rinunciare anche alla lezione sui baci”, dichiarai con sguardo superiore. “E brava! Quante volte?”. Ecco l’inizio dell’interrogatorio. “Due volte”, sussurrai. “Ahia!”, affermò. “Ma è da poco che… ehm… stiamo insieme. E non ci vediamo quasi mai, ultimamente”. Mai, precisò la vocina, togliendo il quasi. “Ahia!”, affermò di nuovo. Sbuffai irritata. L’esperta era lei, però dava sui nervi! Continuò il suo interrogatorio fino a quando non dovemmo separarci. Si limitò ad ascoltare e a fare qualche commento, ma sapevo che le spiegazioni dovevano ancora arrivare. “Kate, aggiungi un posto che abbiamo un ospite”, annunciò papà dal divano del salotto. “Ah sì? E chi?”, chiesi curiosa. Forse un amico di papà, un collega. Suonò il campanello. “Lo scoprirai presto, a quanto pare”, rise lui. “JeJe, continua a preparare la tavola mentre apro”. Camminai verso la porta e la aprii piano, curiosa in parte. “Ciao”, mi salutò lui. Appena lo vidi, il sorriso sul mio viso sfumò. “Scusami un attimo, eh!” e gli chiusi la porta in faccia. “PAPA’”, urlai arrabbiata. “Che è successo?”, mi chiese calmo. “CHE E’ SUCCESSO?”. Respirai a fondo per calmarmi. “Papà, hai invitato David a cena?”. “Veramente, appena ha saputo che eri tornata, si è auto invitato. E poi eravate amici per la pelle, credevo ti facesse piacere”. Sì, fino a qualche anno fa. “Ma papà, lo sai che mi fa una corte spietata!”, mi lamentai. “Ma l’hai lasciato là fuori? Fallo entrare, muoviti. Vuoi lasciarlo lì?”. “Ottima idea!”, annunciai. Mi lanciò un’occhiataccia brutale. “David, quel David?”, mi chiese Jenny preoccupata. “Ne conosci altri?”, chiesi disperata. David era il mio migliore amico. Aveva un anno più di me e quando avevo compiuto 15 anni mi aveva chiesto di diventare la sua ragazza. Da allora non l’avevo più rivisto e l’avevo lasciato con un “ci devo pensare”. La nostra amicizia era rovinata. Mi corteggiava in una maniera che dire esplicita era poco. E io non lo sopportavo più. Era da 2 anni che non lo vedevo e non lo volevo rivedere ora che per rifiutarlo dovevo dire che mi piaceva un altro! Camminai lenta e sfoderai il mio sorriso falso che usavo con David. “Scusami” e gli feci cenno di entrare. Sorrise e mi diede un mazzo di rose rosse. No, le rose rosse no! Le accettai con quel sorriso falsissimo sul viso. “Buonasera David!”, lo salutò mio padre dal divano. “Buonasera signor White”, salutò cortese. “Ciao Jenny, mamma mia quanto sei cresciuta! Due anni si vedono eccome!”. “Grazie”, borbottò lei di risposta. Poi lanciò un’occhiataccia alle rose rosse e annuì quando vide il mio sorriso falso sul viso. A Jenny non era mai piaciuto David, e lei con le persone ci sapeva fare. Appena le vedeva, sapeva dire se erano buone, simpatiche, dolci e gentili o l’opposto. Se erano false o se ti volevano prendere in giro. Fino a quel momento, ci aveva azzeccato sempre e avevo paura a mostrarle Jacob! David mi poggiò una mano sul fianco. L’avevo sempre lasciato fare, anche quando mi poggiava il braccio sulla spalla, ma ora sentii la voglia di allontanarlo. Jenny mi lanciò un’occhiata eloquente che diceva chiaramente “lascialo fare” e alzò gli occhi al cielo. Lui avvicinò le labbra al mio orecchio. “Anche tu sei cresciuta parecchio. Sei ancora più bella di quello che ricordavo”, sussurrò. All’attacco!, annunciò la solita vocina. Alzai gli occhi al cielo. Quanto lo odiavo quando faceva il carino! Allontanò la mano dal mio fianco e si sedette vicino a mio padre. “Be’, due anni si vedono per tutti, vero Kate?”. E odiavo anche mio padre quando mi voleva far parlare con lui. “Eh sì, direi di sì. Non ti ricordavo così…”, mi rassegnai a rispondere, ma non trovai l’aggettivo giusto. Era cambiato parecchio anche lui! Adesso aveva 18 anni, forse lavorava nel tempo libero e continuava a studiare. I suoi capelli biondi si erano allungati leggermente e gli occhi azzurro cielo erano più maturi. Adesso era un uomo, non un ragazzo. I muscoli si erano accentuati – ma per quanto potessero essere irresistibili non raggiungevano il livello di quelli di Jacob. Come l’avrebbe presa David quando gli avrei detto che ero innamorata di un sedicenne? Sedicenne poi, il corpo era di un venticinquenne! “Kate, credo che l’arrosto stia bruciando”. Corsi verso il forno e lo aprii in tempo. “Da quant’è che cucini?”, chiese stupito David. “Dall’anno scorso. Non ti preoccupare, non ti avveleno mica!”. Anche se lo farei volentieri, pensai maligna. “No, non intendevo questo. Ero piacevolmente sorpreso”, e sorrise. Il vecchio David – quello che faceva l’amico – mi avrebbe preso in giro all’istante. Quanto mi mancava il vecchio David! “Avanti, la cena è pronta”, dichiarai. Ci mettemmo tutti a tavola. Ovviamente David si mise vicino a me. Mi disse che studiava ancora e che nel frattempo lavorava nell’azienda del padre per guadagnare qualcosa. Mi chiese come mi trovavo a Forks e se avevo fatto amicizia con qualcuno. Sembrava curioso della mia nuova vita in una cittadina come quella. Notò anche lui il mio cambiamento di opinioni, ma niente gli fece vedere che ero innamorata. Almeno qualcuno non vedeva le cose ovvie! “E… hai conosciuto qualche ragazzo?”, mi chiese dopo cena mentre stavamo seduti sul divano a guardare la TV. Mio padre si schiarì rumorosamente la voce. “Bene, io vi lascio da soli. Avete tante cose da dirvi” e sgattaiolò via. “Ehm… Io dovrei fare i compiti delle vacanze”. Stava per alzarsi quando le lanciai un’occhiata disperata. Non potevano lasciarmi da sola! Mi guardò come per scusarsi e se ne andò. “Sono stati gentili a lasciarci da soli”, disse David sorridendo. Per niente, pensai. “Allora?”, insistette serio. “Ma mi sembra ovvio, David. Vado in una scuola mista, ricordi? Non mi sono chiusa in una di quelle scuole femminili con le divise”. Sperai di averlo distratto dalla vera domanda, ma lui non ci cadde. “Non dicevo in quel senso. Qualche ragazzo che… ti interessa”. Mi iniziò a fissare con i suoi occhi. Per qualche secondo ne rimasi ipnotizzata, come con Edward. Distolsi lo sguardo, abbassandolo. Lui annuì, forse ero stata abbastanza eloquente. “Dovevo aspettarmelo, sono 5 anni che non vivi più qui e mi meraviglio che sia la prima volta. Anche se avevi detto che ci avresti pensato, come potevo sperarci?”. E quando faceva così, mi faceva sentire in colpa. Gli poggiai la mano sul braccio. “David, mi dispiace. Non è colpa tua, è mia. Però io non capisco perché ti ostini su di me. Perdi solo tempo, ci sono tante ragazze che aspettano solo che le guardi!”. Improvvisamente mi spinse sul divano e mi ritrovai il suo viso a un centimetro di distanza. “Perché? Perché non riesci ad amarmi?”. Era disperato! Girai il viso per non guardarlo in faccia. Con le mani mi stringeva le braccia per non farmi muovere. “David, non sei il mio tipo. Mi dispiace, vorrei poterti amare come tu ami me, ma a quanto pare non ci riesco. Ti voglio bene, certo, ma di sicuro non ti amo”. Forse ero stata troppo brutale? Ma avevo detto quello che pensavo. Gli volevo bene anche se si comportava in modo così… esplicito. Era stato il mio migliore amico, non potevo dimenticarlo. Si alzò e mi lasciò le braccia. “Scusa, mi sono comportato come un bambino. Prometto che non lo farò più, prometto che non entrerò più nella tua vita, se ti farà felice”. Mi sentii le lacrime agli occhi. Stavo facendo soffrire una persona che non lo meritava, una persona che per me c’era sempre stata. “David, non lo devi fare per me, ma per te. Se starti lontano serve a qualcosa, allora…”. Mi sorrise. Forse aveva capito che non mi faceva piacere vederlo soffrire. “Questo ragazzo è molto fortunato”. Mi fece sentire un vuoto nello stomaco. Lo abbracciai, era il minimo che potessi fare. “Grazie, Kate. Ti amo”. Quelle parole mi fecero sentire male, come se qualcuno mi avesse dato un pugno nello stomaco. Pronunciate da Jake avevano un suono dolce, ma David soffriva, si sentiva. “Mi dispiace, David. Sul serio”. La mia voce spezzata lo convinse ancora di più. “Dispiace più a me. Non devi soffrire per causa mia, scusa”. “Sono io che sto facendo soffrire te”. “Ok, incolpiamoci a vicenda!”. Risi. Eccolo il mio David, il buon vecchio David. “Adesso devo proprio andare. Ciao, Kate, mi mancherai”. Uscì lasciando un senso di vuoto e perdita dentro me. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 9. Vane Speranze Il mattino dopo mi sentivo ancora più in colpa con David per quello che era successo. Lui mi aveva confessato quello che provava e io l’avevo letteralmente mandato a quel paese! “Kate… che è successo ieri con David?”, mi chiese Jenny in camera. Sorrisi. Ero felice della sua preoccupazione nei miei confronti. “Niente, mi ha detto che mi ama”. “Ah. E come ha preso…”. Sembrava triste quanto me. “Non bene, credo. Si è dimostrato maturo e ha capito. A quanto pare l’unica immatura sono io da queste parti”. Sospirai. “Non è mica colpa tua se ti sei innamorata!”. Sorrisi di nuovo. Sapevo cosa dovevo fare: chiamare David. Non potevo lasciarlo così! Scesi al piano di sotto e composi il numero. Rispose al secondo squillo. “Ciao, David. Sono io, Kate”. “Ciao Kate. Ti sei ricordata il mio numero?”, chiese stupito. “Lo sai che lo so a memoria”. Alzai gli occhi al cielo. “Bene, sono felice che te lo ricordi ancora. Volevi qualcosa?”. Come diamine faceva a comportarsi come se non fosse successo niente? Ero forse solo io che mi facevo i complessi? “Ehm… volevo sapere come stavi”. Mi sentivo imbarazzata, forse lui voleva solo dimenticare. “Meglio. E devo solo ringraziare te, sai? Adesso riesco a vedere tutto da un’altra prospettiva. Anzi, devo chiederti scusa. Stanotte ho riflettuto e ho capito che sono stato troppo oppressivo con te. Mi comportavo proprio da stupido, eh?”. Mi sembrava troppo rilassato. Risi per rassicurarlo. “Bentornato, David!”. La mia voce aveva un tono troppo malinconico anche per le mie orecchie. Rise anche lui. “Grazie, mi sono mancato”. Ci fu una piccola pausa, poi riprese lui. “Sai, mi sono accorto che l’amore cambia le persone. Alcune le cambia in meglio, altre in peggio. Ci rende pazzi e fuori di testa, saremmo disposti a tutto per conservare un amore. E non ci accorgiamo delle persone che ci girano intorno, di quello che provano. Siamo troppo presi dalle nostre emozioni per accorgercene. Il primo amore, poi, ti fa soffrire più di quello che pensi”. Quanto aveva ragione. “Scusa, ti sto annoiando con i miei discorsi. Lo sai come sono, quando inizio non la finisco più”. Rise di se stesso. “No, mi fa piacere. Sono molto felice che sia tornato tutto come prima tra noi”. “Già. Bene, mi ha fatto piacere sentirti. Spero che non passino altri 2 anni prima di sentirci di nuovo”. “Giuro che ti chiamerò”, giurai. “Ah, spero di essere invitato al matrimonio!”, affermò ridendo. “Che matrimonio?”. Ero confusa, molto confusa. “Ma il tuo, scema”. “Il mio? Non mi sembra di aver mai detto che mi sposerò!”. “Ma sì, ti sposerai, lo dico io. E comunque voglio essere invitato!”. “Ok, sarai il primo ad essere avvertito del mio matrimonio, contento?”. Come ci eravamo arrivati al matrimonio? “Contentissimo”. Già gli vedevo il sorriso a 32 denti. “Bene, allora ci sentiamo”. “Ok, ciao”. Riattaccai. Ero più tranquilla adesso che David era felice. Ma c’era ancora una cosa che dovevo fare. Ripresi il telefono in mano. “Buongiorno, Billy. Sono Kate”. Chissà perché la mia voce uscì più mesta di quello che mi aspettassi. “Ciao Kate, tesoro. E’ successo qualcosa?”. Aveva notato il mio tono di voce! “No, niente. Ehm… come va da quelle parti?”. Dovevo prendere tempo, dovevo organizzare la conversazione con Jacob. “Bene, qui tutto bene. E tu come stai?”. Era preoccupato. “Ehm… bene, grazie. Sto passando le vacanze con mio padre a Los Angeles”. “Sono felice per te. Cercavi Jake?”. Appena sentii quel nome, il cuore ebbe un sussulto. “No, in realtà… Sì, cercavo Jacob”. “Kate, non è in casa. Sta con Sam e gli altri”. “Certo, che stupida. Come potevo sperare di trovarlo a casa”. “Ultimamente hanno molto da fare. E’ sempre fuori”, lo difese Billy. “Sì, lo so. Vabbè, non fa niente”. “Gli dico che hai chiamato?”. “No, non dirgli niente. Volevo solo…”, sentirlo, ecco che volevo! La sua voce mi mancava ogni secondo di più. Erano due settimane che non ci sentivamo e stavo impazzendo. “Ok, non ti preoccupare”. “Be’, mi ha fatto piacere sentirti, Billy. Magari vengo da quelle parti quando torno”. “Mi farebbe davvero piacere”. Ormai Billy lo consideravo quasi un secondo padre! “Ok, verrò presto. Ciao”. “Ciao Kate. Divertiti!”, e riattaccò Ci proverò, pensai. I giorni con mio padre passarono subito, nemmeno me ne accorsi. Quasi tutti i giorni chiamavo a casa Black con la vana speranza di parlare con Jacob. Billy si preoccupava troppo, mio padre pure. Era una situazione insostenibile, stavo impazzendo. Tornai a scuola più stanca di quando ero partita. Pensare mi stava uccidendo lentamente, dovevo smetterla. Sentivo la testa esplodere, mi faceva malissimo. Presi il vassoio e mi sedetti al tavolo Cullen. Iniziai a fissare il tappo della bottiglietta per smetterla di pensare. L’unico metodo era incantarmi fissando qualcosa. “Kate, sembra che qualcosa ti stia divorando dall’interno”, disse Emmett. “Una cosa del genere”, annuii. Riuscivo a non pensare e a continuare a rispondere tranquillamente. “Sei molto brava”, si complimentò Edward. Sapevo che si riferiva al non pensare. “Sì, quando voglio”. Distolsi lo sguardo dal tappo per guardarlo in faccia. Errore enorme! Tutti i pensieri fluirono in una sola volta e dovetti tenermi la testa con le mani. Mi faceva troppo male, sentivo il cervello rimbombare sotto le mie mani. Dovetti stringere i denti per non urlare dal dolore. Alice posò una mano sulla mia spalla. “Tutto bene? Sembra quasi l’effetto del potere di Jane”. Non capii a cosa si riferisse, ma di sicuro non stavo affatto bene. “Ha bisogno di assoluto riposo. Convinco la signorina Cope a farla tornare a casa”, affermò Edward. Lui era l’unico che sapeva quello che stavo passando. Non obbiettai, avevo davvero bisogno di riposo. Mi accompagnò sorreggendomi con un braccio, quasi non mi reggevo in piedi. Spiegò alla segretaria che avevo un gran mal di testa. Lei – sicuramente perché era Edward a chiederglielo – acconsentì a farmi tornare a casa. Ovviamente, mi accompagnò lui con la Volvo. Alice mi avrebbe riportato l’auto più tardi. “Kate, la devi smettere”, disse calmo. “Lo so, ma non ci riesco”. “E invece sì”. “Hai visto con i tuoi occhi prima, no? Ce la posso fare per qualche secondo, ma dopo mi sento peggio di prima”. “Senti, forse non dovrei dirtelo, ma non ce la faccio a vederti così. Ho visto lo sguardo di Jacob e i suoi pensieri. L’imprinting l’ha avuto sul serio con te, non ti ha mentito. Quindi smettila di pensare che non ti ama, perché non è così! E non c’è niente che non va in te, chiaro?”. Mi sentii la testa più leggera. Due pensieri in meno erano già qualcosa! “Grazie, Edward”. “Va meglio, adesso”. Non era una domanda. Lui sapeva che andava meglio. “Stai facendo esplodere la testa anche a me”, annunciò ridendo. “Nessuno ti dice di stare nella mia testa”, precisai. “Giusto, non ci avevo pensato”. Risi. Con Edward mi sentivo molto bene, era davvero gentile e premuroso con me. Anche se non lo capivo. Mi aveva accettato subito, come una sua vecchia conoscente. “Perché lo fai?”, gli chiesi di punto in bianco. “Cosa?”, chiese sorpreso. “Preoccuparti per me”. Davvero, non capivo il perché. Volevo capirlo. “Sei perspicace, la tua mente è molto interessante”, alzò le spalle. “Ah, allora è solo per la mia testa?”. Rise compiaciuto. “No, non solo per quello. Non lo so, sarà che mi sei simpatica. E’ un onore per te!”. “Lo so”, annuii. Era davvero un onore essere amica di Edward. Era una persona magnifica, il vampiro più buono che avessi mai conosciuto. Be’, era anche il primo che avessi mai conosciuto! Rise. Di sicuro era per quello che stavo pensando. “Sai, a volte vorrei poterti essere immune come Bella. Sarebbe più interessante, non credi?”. “No, non credo. Non potrei seguire i tuoi ragionamenti strani. No, sarebbe un inferno”. Sapevo che scherzava, l’inferno per lui sarebbe stato perdere Bella, di certo non me. “Forse hai ragione, ma perdere te sarebbe un gran peccato”. “Grazie!”. Rise di nuovo. Cercai di non pensare che era bellissimo quando rideva e ci riuscii. Sarebbe stato imbarazzante! Parcheggiò nel vialetto, lo salutai e ringraziai di nuovo ed entrai in casa. Appena entrata, scoppiai a piangere. Non sapevo perché stavo piangendo, ma mi stava facendo bene. Non riuscivo a pensare a niente e il mal di testa svanì poco a poco. Salii in camera mia e mi sdraiai sul letto. Smisi di piangere dopo una buona mezz’ora. Provai a chiamare di nuovo casa Black e di Jacob neanche l’ombra. Illusa che non sei altro, pensai. Ma perché Edward avrebbe dovuto mentire? Mi fidavo di lui, dovevo fidarmi. Era l’unico che mi capiva, che poteva capirmi. Fidati di Edward, mi diceva la vocina. Piansi ancora, dovevo sfogarmi in qualche modo. Dopo avevo gli occhi gonfissimi e mi feci impacchi di ghiaccio per alleviare il gonfiore. Tutto mi sembrò più chiaro. Tra la realtà e l’illusione avevo scelto Jacob. Edited by gokugirl - 11/11/2008, 18:02
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 10. Spiegazioni La sera giunse prima del previsto. Mia madre disse subito che il giorno dopo non sarei andata a scuola perché mi vedeva troppo stanca. Meglio, avrei evitato l’ora di storia! Mi misi il pigiama e andai in bagno a lavarmi i denti. La mente ormai era sgombra da qualsiasi pensiero e un po’ mi dava fastidio. Mi sentivo vuota. Era come se avessi buttato in un angolino della memoria tutti i miei pensieri. Come se il mio cervello fosse un computer e io, esausta dei continui aggiornamenti, li avevo buttati tutti nel cestino per poi ripristinarli quando sarei stata pronta. Jenny ormai mi aveva perdonata e mi parlava peggio di prima. Continuava a chiedermi cose su Jacob e non si accorgeva che mi faceva soffrire parlare di lui. Da un lato mi sentivo anche meglio, più libera, ma dall’altro mi sentivo mancare il respiro. Anche mia madre aveva saputo tutto, il che complicava le cose. L’interrogatorio doveva ancora arrivare da parte sua, ma sapevo che non sarebbe tardato. Forse aveva intuito che mi faceva male parlarne. Entrai in stanza trascinando i piedi, ero distrutta! Avevo dormito pochissimo, nonostante le premure di Edward. Il mio cuore si fermò. Lui era lì, davanti alla finestra, e mi fissava, lo sguardo indecifrabile di Sam e forse un po’ preoccupato. Indossava solo un paio di jeans strappati. Non una maglietta né un paio di scarpe. Appoggiai una mano sul cuore e mi sedetti a terra rossa di vergogna. “Jacob, mi hai quasi fatto venire un infarto”, ansimai. Di scatto, mi fu vicino. “Scusa, non volevo spaventarti. Mi trovavo da queste parti, ho visto la finestra aperta e non ci ho pensato due volte”. Gli si leggeva in faccia che era preoccupato, la maschera indecifrabile l’aveva abbandonato del tutto. “Mentre tento di far ripartire il cuore, potresti chiudere a chiave la porta della camera e quella del bagno? Credo che mia madre o mia sorella non reagirebbero bene vedendoti qui, in camera mia”. Ero felicissima di rivederlo, ma non volevo darglielo a vedere. Mi alzai da terra e mi sedetti sul letto mentre faceva scattare le serrature delle porte. Mi fu affianco quasi subito. “Va meglio?”, mi chiese in apprensione. Ora che ci sei tu, sì. “Il cuore. E’ ripartito?”, aggiunse subito. “No, non ancora”. “Ti posso dare una mano, se vuoi”. Parlava a bassissima voce, forse per non farsi sentire. Poggiò la sua mano sopra la mia che era poggiata ancora sul cuore. Sentii un colpo secco sotto le dita. Il cuore reagì al tocco di Jacob, ma lui mirava ad altro. Lo guardai negli occhi, e mi rassicurai all’istante. Non potetti nemmeno rispondere, mi ritrovai le labbra di Jacob sulle mie. Sotto le nostre mani, il mio cuore martellava così forte da farmi quasi male. Nessuno di tutti e due ci badò. Le nostre labbra si muoveva coordinate in una danza di sapori. Lui assaporava me e io lui. D’un tratto, non importava più niente del comportamento di Jacob. Non importava nulla del nostro ultimo incontro. Era perdonato, o forse ero io quella da perdonare? Allontanò lentamente le sue labbra dalle mie e riprese a guardarmi. “Adesso è ripartito”. Non era una domanda, se n’era accorto. Era impossibile non accorgersene. Eppure non accennava a togliere la mano da sopra la mia. “Mmm, ho ancora qualche dubbio”. Oddio, l’ho detto davvero? Non può essere, non posso aver detto quello che pensavo!“Il cuore. Non sono sicura sia ripartito del tutto”, aggiunsi in fretta. Sorrise malizioso e mi baciò di nuovo con più trasporto di prima. Ero in estasi. “Non sapevo di baciare così bene”, disse compiaciuto. Arrossii di botto abbassando lo sguardo. Era la mia prima esperienza, che ne sapevo io di come baciava Jacob! Sapevo solo che a me piaceva, per il resto... “Ehm ehm...”. Ero più che in imbarazzo, mi sentivo più calda di Jake, il che era impossibile! Mi prese il mento con la mano che prima stava sulla mia, costringendomi a guardarlo. Stranamente, la mano non mi sembrò bollente, forse scottavo davvero quanto lui. “Sei proprio carina quando arrossisci”, sussurrò lui ammiccando. “E baci molto bene”. Mi sentii rincuorata da quelle parole. Se Jake diceva che baciavo bene, non c'era nulla di cui preoccuparsi! “Non avevi detto che era il tuo primo bacio?”, gli chiesi sicura. Volevo alleviare l'atmosfera pesante e imbarazzante che si era creata intorno a noi. “Infatti!”, rispose titubante. “E allora come fai a dire che bacio bene se sono l'unica che hai baciato?”. “Ok, hai ragione, mi sono espresso male. Volevo dire che mi piace come baci”. Scrollò le spalle, come se non fosse importante. Per me lo era parecchio! Risi piano. Era davvero buffo quando faceva così. “Questo vuol dire che bacio bene?”. “Sì, sì!”, quasi urlò, scompigliandomi i capelli. Lo zittii all'istante. Ecco, dei passi! “Kate, abbassa un po' il volume della TV, hai alzato troppo”, sentii la voce di Jenny urlare da fuori la porta. Io e Jake sghignazzammo. Jenny tentò di aprire la porta, ma era chiuse a chiave. “Ehi, perché ti sei chiusa dentro?”, mi chiese Jenny urlando ancora più forte. “Scusa, non si può nemmeno più avere un po' di intimità?”, risposi urlando anche io. Sentii altri passi, era Jenny che se ne andava. Diedi un piccolo pugno sul braccio a Jacob. “Non urlare più, ok? Se ti scoprono, mandano a me in una scuola femminile e te... Be', credo che mia madre non ti farebbe uscire vivo da questa casa”, annunciai a bassa voce, ma con altrettanto tono minaccioso. “Ok, non lo farò più”, promise portandosi la mano destra sul cuore e alzando la sinistra in segno di giuramento. “Bene, vediamo di trovare un modo per zittirti”. Avvicinai le mie labbra alle sue, ma lui posò il dito indice sulle mie. “Kate, credo di doverti delle scuse”, mi disse incupendosi. “Per l'urlo di prima? Fa niente, alla fine quello che andava peggio eri tu. Era solo per il tuo bene” e riprovai a baciarlo. Questa volta mi tenne ferma per le braccia. “No, non per quello. Mi dispiace per come mi sono comportato con te l'ultima volta che ci siamo visti. Mi dispiace per non averti più cercata, ma sono impegnatissimo, ultimamente. Sam ha raddoppiato, se non triplicato, i turni di guardia. E' da qualche giorno che dormo pochissimo”. In effetti, aveva le occhiaie marcate. “Jake, ma che sta succedendo?”, gli chiesi in preda all'ansia. “Ecco, è un po' lungo da spiegare. Credo che il succhias... Edward ti abbia spiegato che abbiamo avvistato un vampiro, la scorsa settimana. E' quello di cui dovevo parlare con Edward, più o meno. E comunque, questo vampiro, o meglio vampira, è una vecchia conoscenza dei Cullen. Il suo scopo è quello di uccidere Bella e da quando è ritornata siamo sempre di guardia. Mi meraviglio che tu non abbia mai visto una sagoma gigante proprio fuori dalla tua finestra, lì nel bosco”. “No, non ci ho mai fatto caso. Troppo impegnata”. Sì, a scervellarmi sul per come e per quando della mia insulsa vita, mi disse la vocina, più acida del solito. Bella è al centro dell'universo, di nuovo!Non le diedi ascolto, anche se aveva ragione. La vita di Bella era più importante della mia, certo! “Kate, mi dispiace, mi dispiace davvero. So che hai sofferto, ma anche io ho sofferto. Non poterti vedere per tutto questo tempo è stato un massacro. Ho fatto impazzire Embry e Quil a tal punto da costringerli a trasformarsi quando io sono umano”. Rise compiaciuto “Altra cosa da lupi?”, chiesi confusa. “Ah, giusto. Questo non te l'ho detto! Be', vedi... Noi licantropi, quando siamo lupi, ci possiamo leggere nella mente. E' molto utile in battaglia, ma fastidioso perché tutti i tuoi segreti sono lì, in bella mostra. E io pensavo sempre a te, in ogni momento”. “Anche io ho fatto scoppiare la testa a Edward con tutte le mie preoccupazioni”. Ridemmo insieme. “E brava la mia Kate”. “Proprio non ti piace Edward, eh?”, gli chiesi. Alzò le spalle. “Comunque, eri perdonato già da prima, appena ti ho visto. Ormai sono pazza di te, e non ci puoi fare niente”. Alzai anche io le spalle. Lui sorrise, finalmente mi sentivo di nuovo felice. Bastava vedere Jacob per stare bene e per sentirmi di nuovo me stessa. Avvicinò il viso al mio e mi baciò l'angolo della bocca. Poi iniziò a scendere lentamente verso il collo e lo sentii raggiungere la spalla. In quel silenzio, sentivo chiaramente i brividi che mi percorrevano la schiena e mi facevano tremare. Se Jake voleva farmi impazzire, ci stava riuscendo! Deglutii a fatica. “E... Cosa hai fatto in tutto questo tempo, oltre che controllare i boschi? Non credo che sia stato 24 ore su 24 sempre tu, dovevi pur riposarti e lasciare il posto a qualcun altro!”. Lo sentii fermarsi e la vocina maledì la mia curiosità. Alzò la testa e mi guardò torvo. “Sono... Stato con Bella, qualche giorno”, disse con un po' di timore nella voce. Sentii la vocina nella mia testa scaldarsi, voleva uccidere me per aver fatto la domanda e Jacob per aver messo di nuovo Bella al centro del suo mondo. “Bene, sono contenta che vi siate chiariti e riappacificati”, sussurrai. Era la verità. Volevo il bene di Jacob e per lui Bella era molto importante. La vocina nella mia testa, invece, non credeva alle sue orecchie. Lei sapeva meglio di me che avrei sofferto per questo, e lo sapevo anche io. Jake tacque, forse anche lui sapeva che sarei crollata da un momento all’altro. Il silenzio iniziò a farsi sempre più pesante e fui costretta a interromperlo io. “Jake, prima hai detto che passavi di qui e mi sei venuto a trovare. Stavi sorvegliando Bella?”. Il fatto che mi era venuto a trovare solo perché ‘passava di qui’ mi dava sui nervi, ma meglio questo di niente! “No. In realtà mi ha chiamato lei passandomi Edward. Mi ha detto che un vampiro era entrato in casa Swan, ma che non ne riconosceva l’odore. Così sono andato a controllare anche io”. Sbiancai per un attimo. “Un… vampiro cercava Bella? E’ entrato in casa sua? E ha risparmiato il padre? Perché?”. “Non lo sappiamo”, rispose torvo. Ecco, Bella è di nuovo al centro dell’universo, disse la vocina. “Jake, non è che siamo in pericolo anche noi?”, e con noi intendevo me, mia madre e Jenny. Mi strinse in un abbraccio confortante caldo. “Non ti preoccupare, ti proteggerò io”, sussurrò in un orecchio. “Non è per me che mi preoccupo. E’ per loro. Se quel vampiro viene di nuovo e preso dalla fame attacca la mia famiglia?”. Quella preoccupazione iniziò ad assalirmi. “Non credo sia possibile. E poi ci sarò sempre io qua fuori a vegliare sulla tua casa”. Sì, proprio sulla mia… Mica su quella di Bella! La vocina – che rappresentava la parte più combattiva e intraprendente di me – non apprezzava tutte quelle attenzioni per Bella. Nemmeno io, ma non lo davo a vedere. Ma cosa avrà questa Bella di così speciale?, si chiese la vocina. “Continuo a non capire una cosa. Perché tutti i vampiri sono attratti da Bella? Cos’ha di così speciale?”. La curiosità fu più forte del buon senso. “L’odore. A quanto pare, è appetitosa”. Scrollò le spalle. “Credevo che il suo odore avesse quell’effetto solo su Edward!”, affermai accigliata. “Non mi dire che sei gelosa di Bella!”, mi chiese ridendo. Oh, sì che lo sono. Sta sotto i riflettori di continuo!, dichiarò la vocina, acida. Abbassai lo sguardo. Era una cosa da pazzi essere gelosa di una persona che rischiava di morire ogni giorno della sua vita? Ovviamente, sì! “Kate”, iniziò Jacob guardandomi negli occhi. “per me tu sei più importante di chiunque altro. Non ti devi preoccupare delle attenzioni che rivolgo a Bella, ok? Ti amo, conta solo questo”. Era serio, più che serio. Mi potevo fidare, lo sentivo. Lo abbracciai e posai il capo sul suo petto. Non volevo fargli vedere che mi aveva commosso, di nuovo. “Anch’io ti amo, Jake. Dalla prima volta che ti ho visto”, confessai di getto. “Hai avuto anche tu l’imprinting?”, mi chiese ridendo di gusto. Risi anche io. “Sì, una cosa così”. Restammo in silenzio per un po’, in quell’abbraccio. “Così, siete sulle tracce di ben due vampiri”, sospirai. La mia preoccupazione principale era l’incolumità di Jacob. “Tranquilla, ne abbiamo già ucciso uno”. Trasalii e se ne accorse. “Non ti preoccupare per me. So badare a me stesso. E poi è divertente uccidere vampiri”. Trasalii di nuovo. A Jake piaceva uccidere vampiri? Di certo avrebbe ucciso volentieri anche Edward, tanto lo odiava! “Tu cosa hai fatto in queste settimane?”, domandò per cambiare argomento. “Be’, ho fatto amicizia con i Cullen. Sembrano avermi accettata”. Lo sentii digrignare i denti. Forse era meglio se me lo risparmiavo! Mi allontanò per guardarmi preoccupato. “Kate, non mi piace che frequenti quei… Cullen. Sono pericolosi!”. “Perché, invece, un gruppo di licantropi è sicuro”. Colpo basso. Sospirò. Sembrava calmo, ma per niente rilassato. “Scusa. Mi dispiace non intendevo…”, ma mi fermò prima che potessi continuare. “No, hai perfettamente ragione. E’ solo che mi preoccupo per te. Capiscimi…” Certo che lo capivo! “Ti capisco, Jake, ti capisco. Ma non ti devi preoccupare. Tanto li frequento solo a scuola, precisamente all’ora di pranzo. Solo Edward lo vedo di più”. Digrignò di nuovo i denti. L’idea che passassi più tempo con Edward che con Jacob dava fastidio più a me che a lui. “Avanti, Edward è solo un… amico. Credo”. Sorrise. Il mio tentativo di tranquillizzarlo riuscì in pieno. “Mi fido di te, ma non posso fare a meno di preoccuparmi”. “Lo so, lo so”. Alzai gli occhi al cielo. “Ah, quasi me ne dimenticavo! Stasera facciamo un falò sulla spiaggia, a La Push. Vuoi venire? Ci sarà anche Kim, la ragazza con la quale Jared ha avuto l’imprinting, e anche altre persone che non conosci. Verrà anche… Bella”. E te pareva!“Ok, ma non credo che mia madre mi faccia venire, quindi verrò di nascosto. Va bene…”, ci pensai un po’ su. “Adesso?”. Rise della mia espressione. “Certo, così farai amicizia con gli altri”. “Aspetta qui, allora”. Rovistai nella memoria per rivedere l’espressione affranta e stanca che aveva tanto colpito mia madre. La vidi e la imitai. Quando mia madre mi vide, mi consigliò di mettermi subito a letto. Entrai in bagno – passando per camera mia e chiedendo a Jake di aspettare un attimo – e mi cambiai. “Sono pronta!”, annunciai uscendo dal bagno. Jake si alzò di scatto dal letto. “Wow, sei bellissima!”, esclamò strabuzzando gli occhi. Lo guardai meravigliata. Avevo solo un jeans e una felpa grigia. Cosa c'era di così speciale? Alzai un sopracciglio per capire a cosa volesse arrivare. Lui mi si avvicinò guardingo. “Io non ci vedo niente di speciale in quello che ho addosso”, affermai. “Infatti non sei bella per quello che hai addosso”. Alzò gli occhi al cielo. “Sei bella e basta, qualsiasi cosa ti metti. Ma devo ammettere che i jeans ti stanno particolarmente bene”. Ma questo ragazzo è vero o è un illusione ottica?, mi chiesi in preda alla sorpresa. Era la mia prima esperienza e non poteva essere migliore di questa! Allargò le braccia. Doveva prendermi in braccio per scendere dalla finestra. Stavamo pur sempre al secondo piano e ancora dovevo capire come era riuscito a salire. I miei occhi si soffermarono sulla sua mano. Aveva una cicatrice rosa sul palmo. “E quella?”, gli chiesi indicando con lo sguardo la linea. “Ah, una sciocchezza”, rispose sorridendomi. “Come?”, gli chiesi. Volevo sapere come se l'era fatta. “Mi sono dimenticato di avere un coltello in mano”. Scrollò le spalle. Gli presi la mano e percorsi con l'indice la linea della cicatrice. “Sembra fatta da poco”. “Infatti. Giusto qualche ora fa, mentre stavo da Bella”. Spalancai gli occhi. “Si è rimarginata così in fretta?”. “Licantropo, ricordi?”. “Certo, certo”. Usai lo stesso suo tono e lui rise. “Dai, fatti prendere” e si avvicinò ancora di più. Non opposi resistenza e mi alzò da terra con facilità. “Pronta?”, mi chiese vicino la finestra. “Non è che cado?”. Se mi rompevo qualcosa, come lo spiegavo a mia madre? Tentativo di suicidio? “Non ti fidi?”. Si rattristò un po', giusto per fare scena. E come potevo non fidarmi? Stavamo parlando di Jacob! Ricorda che ti ha fatto soffrire, mi ricordò la vocina. Ma per me, quei giorni, erano solo un ricordo amaro da mandare giù, ma pur sempre un ricordo. Speravo fossero finiti e in cuor mio, lo sapevo. Jake non mi avrebbe più lasciata da sola. Continuai a fissarlo. Lui sorrise e mi baciò un attimo prima di buttarsi di sotto. Il mio cuore sobbalzò a tal punto da ritrovarmelo in gola. Quel salto durò pochissimo, e fu velocissimo. Non si fermò per vedere come stavo, forse avrebbe colto il terrore nei miei occhi. Continuò a correre a una velocità sovrumana fino ad arrivare a La Push. Lì, iniziò a rallentare. “Fico eh?”, mi chiese entusiasta. “Ehm... sì”. In effetti, un'occasione irripetibile. Mi lasciò scendere, ma non mi reggevo in piedi. Mi girava leggermente la testa. “Tutto bene?”, chiese preoccupato. “Sì, mi gira la testa. Vai veloce!”, dissi ironicamente. Rise e ad un tratto fu come se si fosse svegliato da un sogno. Si rabbuiò. Capii subito a cosa fosse dovuto. Doveva andare a prendere Bella! Sentii la vocina ringhiare al solo pensiero di Bella tra le braccia di Jacob. “Vai da lei. Tanto la spiaggia è vicina”. Le parole 'vai da lei' mi fecero quasi tremare. Non avrei retto una separazione definitiva con Jake, mi ero affezionata troppo. Lo amavo troppo. “Sai, credevo che l'imprinting fosse una grande cazzata. Voglio dire, come si può trovare l'anima gemella in questo modo? E' stupido. E invece, eccoti qui. Sei perfetta!”. Non mi diede il tempo di rispondere. Mi avvolse in uno dei suoi caldi abbracci e mi baciò dolcemente prima di andare. Tanto la spiaggia è vicina. Non ho bisogno della scorta.Arrivai prima ancora di pensare a dove stesse Jacob. A quell'ora stava già sotto casa di Bella. “Ciao Kate. Finalmente ti fai vedere!”. Mi girai. “Ciao Embry. Mi dispiace di non essere più venuta, ma avevo molto da fare...”. “O forse Jacob non ti ha più permesso di farci visita”, aggiunse Quil. In effetti, un po' di vero c'era! “Ragazzi, lasciatela in pace. Sempre i soliti voi”. Era la voce soave e dolce di Emily! “Ciao Emily, da quanto tempo!”. Camminammo verso il falò già acceso dove c'erano già tutti. “Grazie per prima. Quei due sono davvero insopportabili quando iniziano”, le sussurrai ad un orecchio prima di sederci su un tronco d'albero. “Figurati”. Salutai tutti, anche i 'nuovi'. C'erano tutti: Sam, Embry, Quil, Emily, Paul, Jared. Persino Billy. Tra loro mi sentivo davvero a casa. E poi c'erano i nuovi: Kim – la ragazza di Jared – il nonno di Quil, Sue Clearwater e i suoi due figli, Seth e Leah. Seth era piccolo, poteva avere massimo 14 anni. Leah aveva la mia età, ma si vedeva lontano un miglio che non era molto amichevole. Stetti tutto il tempo con Emily e Sam mentre aspettavo Jake. Quando venne, vidi che stava in macchina con Bella. Bene, almeno non l'ha presa in braccio! “Ehi, ragazza vampiro!”, la salutò Embry. Quest'accoglienza mi fece un po' invidia. Anche Quil la salutò degnamente, con un bacio sulla guancia. Insomma, l'unica indesiderata sembravo io! Appena Jake arrivò fra noi, si sedette vicino a me e mi cinse le spalle con un braccio. “Ragazzi, non so se è chiaro, ma lei è la mia ragazza. Quindi, guai a chi la tocca!”. Dire che rimasi sbalordita è poco. Rimasi esterrefatta! Automaticamente, guardai l'espressione di Bella. Mi guardava, ma non lasciava trapelare emozioni. Chissà perché ce l'aveva con me... Tutti risero di quella minaccia poco convincente. Guardai Jake. Lui mi sorrise e mi fece l'occhiolino. Era impossibile non ricambiare il sorriso. Il clima d'amicizia che c'era lì era salutare, non solo per me. Anche Bella sembrava felice. Continuava a fissare me e Jacob insieme. Ero più che certa che lei non vedeva niente di speciale in me, ed era logico. Lei era quella che attirava i vampiri, io quella normale che prende buoni voti a scuola. Lei era speciale, io no. Riuscivo a vederla dal suo punto di vista. Io ero quella che le aveva rubato il suo migliore amico. Se non fossi mai arrivata a Forks, Jake avrebbe continuato a perseguitarla. E a lei piacevano le sue attenzioni. Ma non le bastava Edward? Cercai di non pensarci. Billy e il vecchio Quil presero delle buste con dentro dei panini e li diedero a ognuno di noi. Persi il conto di quanti panini aveva ingurgitato Jacob dopo il decimo, senza contare la busta di patatine gigante e la bottiglia di birra da due litri. L'essere licantropo impiegava l'uso di molte energie! Io mangiai a mala pena il mio panino. Non avevo per niente fame e mi sentivo lo sguardo dei presenti addosso, soprattutto quello di Bella. Mi sentivo come il primo giorno a Forks, quando tutti mi osservavano come un alieno. Il clima era ancora amichevole, ma non mi sentivo più accettata come prima. Bella si lamentò di quanto si era fatto tardi, ma Jacob disse qualcosa di rimando che non capii. Improvvisamente, vidi Emily prendere un quaderno e una penna e tutti si fecero attenti. “Ora arriva la parte migliore”, mi sussurrò Jake ad un orecchio. Il suo braccio stava ancora sulle mie spalle. Appoggiai la testa sulla spalla di Jacob e chiusi gli occhi. Ero distrutta, ma non volevo andarmene proprio adesso. Lui appoggiò la sua testa sulla mia e lo vidi chiudere gli occhi. In quel momento dovevamo sembrare una vera coppia. Una di quelle normali, almeno. Billy iniziò a raccontare delle storie sull'origine dei licantropi. Era tutto molto interessante e soprattutto... fantastico! Era difficile credere che fossero storie vere e non solo leggende. Alla fine – quando ormai non mi reggevo più in piedi dal sonno – Jacob mi accompagnò a casa con l'auto e con Bella. Non mi aveva rivolto la parola tutta la sera e mi dispiaceva. Bella era simpatica, mi era stata simpatica dal primo momento! Non capivo davvero tutta questa ostilità nei miei confronti. Prima o poi, chiariremo la situazione, pensai. Poi crollai nel sonno più profondo. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 11. Ricordi Mi svegliai presto, come sempre. Avevo un mal di testa incredibile, ma non potevo rimettermi di nuovo nel letto. Dovevo muovermi, dovevo fare qualcosa. Scesi al piano di sotto per fare colazione. Aprii il frigo e presi la prima cosa che mi capitò a tiro. Voltandomi, vidi una copia del giornale sul tavolo. Vediamo un po’ che succede fuori da queste mura, mi dissi. Sfogliai le pagine e mi soffermai su un titolo: MORTE E TERRORE A SEATTLE Lessi velocemente l’articolo e capii ben poco. Dovetti rileggerlo per capire che a Seattle stava succedendo qualcosa di grosso. La polizia sospettava di un serial killer o addirittura di una gang, ma non si poteva sostenere con certezza. C’erano stati 39 fra omicidi e sparizioni compiute in qualche mese: un vero record! Non c’erano indiziati, ma la polizia sospettava di un serial killer perché le vittime, anche se non avevano caratteri comuni come l’età, il sesso, la razza, dopo l’uccisione venivano carbonizzati. Inoltre le ossa presentavano barbare fratture compiute prima della morte. Seattle stava vivendo il periodo più brutto di tutta la storia! Ma la mia mente continuava a pensare che non poteva essere un serial killer. Nemmeno il più assetato di sangue avrebbe potuto compiere tutti questi delitti in così poco tempo senza lasciare una traccia! A meno che… Iniziai a vagliare le possibilità che il serial killer potesse essere un vampiro. I vampiri cacciano per fame, quindi non badano all’età, al sesso o alla razza della loro vittima. E per loro è facile compiere delitti in poco tempo. Magari un intero gruppo di vampiri, o anche solo uno. E le fratture… i vampiri erano molto forti! E forse carbonizzavano le vittime per non far scoprire le tracce dei morsi o il fatto che erano dissanguate. In effetti filava tutto alla perfezione. Rilessi l’articolo un’ultima volta. Sì, sostenevo le mie ipotesi più che mai. Mi diressi verso la finestra per guardare fuori. Forse Edward ne sapeva più di me. In quel momento vidi due sagome uscire da casa Swan. Uscii svelta dalla porta e riconobbi Edward e Bella. “Edward!”, urlai sbracciandomi. Dovevo chiederglielo. Lui si avvicinò velocissimo a me, lasciando Bella lì da sola. “Adesso va meglio”. Come sempre, non era una domanda. Eppure la mia mente era vuota, in quel momento. “Non sto pensando a niente, Edward. Come fai a dire una cosa del genere?”. Ci pensai su. “Ah, giusto. Bella...” “No, lei non mi ha detto niente. C'eri anche tu al falò? Ho semplicemente chiesto ad Alice di...”, ma non poté finire. “Sapevo che Alice non potesse vedere i licantropi”, lo interruppi. “Appunto. Non ha visto niente e io ho capito che saresti stata con Jacob”. Scrollò le spalle. Sorrisi. “Hai capito bene. Comunque, non è per questo che ti ho chiamato”. D'improvviso, si fece serio e mi scrutò per bene. Probabilmente stava cercando di leggermi nel pensiero, ma non trovò nulla. Sospirò. “Sei troppo brava a non pensare, e mi fa piacere per te. Ma sappi che mi fa saltare i nervi non sapere quello che pensi”. Sorrisi di nuovo. “Bene. E' fastidioso saperti sempre nella mia testa”. Mi schiarii la voce. “Hai letto l'articolo di Seattle sul giornale?”. “Sì. E' un vampiro giovane e pazzo che non sa quello che sta combinando. Come immaginavi” e mi guardò riducendo gli occhi a due fessure. “Sono perspicace, lo so”. Feci un sorriso a 32 denti. “Stavamo giusto andando a casa mia per parlare con gli altri di questa storia. Magari ti faccio sapere”. “Grazie. Non solo per questo, ma di tutto”. Fece quel suo sorriso sghembo che mi faceva impazzire il cuore. Ma quella volta, il cuore tacque. Nessun battito accelerato. “Kate, hai intenzione di rimanere in pigiama per tutta la mattina?”. Non era una domanda sarcastica. “Ehm... credo di sì”, lo guardai curiosa. Sorrise di nuovo. “Posso fare una cosa?”. Lo guardai più dubbiosa che mai. Che voleva fare? “Cosa?”, gli chiesi. Si avvicinò pericolosamente a me. Non misi a fuoco subito cosa successe. Edward mi sta... abbracciando?Quando si allontanò, rise della mia espressione. “Tranquilla. Sono sicuro che capirai da te perché l'ho fatto”. Svanì e lo rividi vicino a Bella. Rimasi imbambolata per qualche minuto a guardarli sparire dalla mia vista. Entrai in casa ancora più confusa e salii come un automa in camera mia. Il cervello si rimise in moto, oh se si rimise in moto! Ma non pensava a cose sensate. Forse stava sulla strada di un altro ragionamento bizzarro, come lo chiamava Edward. Dovevo tenermi occupata, altrimenti avrei pensato a Jacob e a quello successo la sera prima. Non volevo pensarci, probabilmente sarei scoppiata a piangere senza motivo. Presi uno scatolone dall'armadio. Era da tanto che mi ripromettevo di farlo, ma non avevo mai avuto il tempo. Rivoltai il contenuto sul letto. Erano davvero tante! Ma quante foto avevo fatto in questi anni? Non mi piaceva molto farmi fotografare, però mi piaceva farle, le foto. Ne presi una, la prima che trovai. Sorrisi al ricordo. Eravamo io, Mary, Ann, Beth e Joel. Gli ultimi amici che avevo avuto, quelli di San Francisco. Avevamo legato subito, il primo giorno di scuola. Ma la nostra non era un'amicizia forte, forse a causa mia. Tendevo sempre più a chiudermi quando mi trasferivo e non parlavo quasi mai di me. Mi piaceva ascoltare molto. E invece, proprio lì a Forks, avevo conosciuto Jacob e in quei quattro giorni che avevo trascorso con lui a casa gli avevo raccontato tutto. Solo adesso che ci pensavo non ne capivo il motivo. Perché a lui sì e agli altri no? Perché con lui mi sentivo tanto diversa? Scrollai la testa. Attaccai per prima quella foto sul muro. Avevo intenzione di tappezzare le pareti di tutta la camera con quelle foto. Ne presi un'altra. Sentii un groppo alla gola. Quella foto ritraeva me e... David. La sera prima che mi confessò il suo amore, due anni prima. Sembravo davvero una bambina! Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Ci abbracciavamo come buoni amici, due amici che sarebbero rimasti tali per sempre. Osservai meglio la foto. Il sorriso sulle mie labbra si sarebbe spento presto, prestissimo. Eppure io con David ci stavo benissimo, perché doveva finire tutto così? Adesso sembrava tutto a posto, ma non lo era. Se era tutto a posto, a quest'ora stavamo parlando al telefono, come minimo! Chissà perché mi ritrovai a vagliare le possibilità di un'altra scelta, la sua scelta. Se avessi scelto lui, come sarebbe andata a finire? Conoscevo la risposta. Sarei rimasta a Los Angeles con mio padre, Lizzie e David e tutti i miei vecchi amici. Forse sarei stata felice... Perché? Adesso non lo sei?, sbottò la vocina. Un sorriso mi si dipinse sul volto. Mi sentivo idiota, avevo dimenticato per un istante la parte più importante della mia vita a Forks. Lui, ovviamente. Jacob Black! Era diventato il mio cielo, la mia terra, il mio sole, la mia luna. Nient'altro che tutto. “Ciao”. Mi girai verso la finestra e lo vidi. Pensavo fosse stata la mia immaginazione! “Che ci fai qui?”, gli chiesi meravigliata. “Kate, ti stupisci ancora? Mi fai avvilire”, disse ridendo e avvicinandosi. “Be', non sono abituata a vedere ragazzi che entrano dalla finestra”. “Ti dovrai abituare, allora”. “Perché? Hai intenzione di venire spesso in camera mia?”. “Sempre”. Quello sguardo dolce faceva trapelare la serietà delle sue parole. Si sedette anche lui sul letto accanto a me. “Che stavi facendo?”, chiese. “Stavo prendendo tutte le foto che ho per attaccarle sulle pareti. Questa stanza è troppo... cupa”. Posai la foto che si mescolò con le altre. Jake la prese e la osservò. Mi sentii mancare il fiato, mozzare il respiro. Cosa stava per dire? “Chi è?”. Ecco, la fatidica domanda. “Un mio amico”, risposi vagamente. “Sì, e io sono un vampiro!”. Alzò gli occhi al cielo. Lo osservai bene. Che aveva capito? “Perché non me lo vuoi dire?”. La sua voce era così suadente da abbattere ogni mio muro protettivo. Quando iniziò ad accarezzarmi il braccio mi sentii scogliere ed era impossibile innalzare barriere tra noi. Doveva sapere tutto, ormai era il mio 'ragazzo' e me lo dovevo mettere in testa. Sembrava strano che non gli avessi mai raccontato nulla di David. Sapeva tutto di tutti, tranne di lui. Sentivo di aver tralasciato la parte più importante della mia vecchia vita. Quella che tutto sommato era ancora presente e reale. Forse mi ero solo illusa di poter dimenticare. All'istante mi sentii maturata. Era strano come una città o una situazione ti possono far crescere in così poco tempo. Sospirai. “E' il mio migliore amico. Si era innamorato di me, anche se adesso mi ha detto che proverà a dimenticarmi”. Non disse nulla. Continuava a fissarmi, il suo sguardo addosso mi faceva capire che voleva sapere il perché della sua arresa. Sospirai di nuovo. “Gli ho detto che sono innamorata di un altro e lui ha capito. E' stato molto comprensivo, anche troppo. Io non sarei riuscita a comportarmi come lui”. Non riuscii più a guardarlo in faccia. Quella confessione faceva male, più a me che a lui. E se Bella provava esattamente quello che sentivo io? Io avevo perso il mio migliore amico a causa del suo amore per me. Non era forse la stessa condizione di Bella? Anche Jacob era innamorato di lei, quindi Bella aveva paura di poterlo perdere come ce l'avevo io. Adesso lei aveva perso Jacob a causa mia. Esattamente quello che sentivo io, sentivo di aver perso una persona importante. Capire quello che provava Bella fu un gran sollievo. Ma non sapevo ancora come fare. Perché la mia felicità doveva essere la tristezza di un'altra persona? I miei pensieri furono interrotti dal tocco delle labbra di Jake. Quando Jacob mi baciava, non riuscivo a pensare a qualcosa di coerente. In realtà non riuscivo nemmeno a concentrarmi sulla respirazione, che diventava sempre più veloce. Il cuore batteva così forte da sentirmelo pompare nelle orecchie. Mille brividi mi percorrevano la schiena. Brividi caldi, bollenti. Era qualcosa che andava molto al di là della mia immaginazione. Mai avrei pensato che un bacio potesse provocare tutte quelle sensazioni magnifiche, che potesse essere così caldo. Perché, quando Jacob mi baciava, il calore diventava padrone di ogni centimetro del mio corpo. Le sue labbra si fermarono prima delle mie. Ma io desideravo baciarlo ancora, volevo ancora sentire la sua mano sinistra sul viso mentre l'altra intrecciava le sue dita alle mie. Forse anche lui non voleva fermare quel momento magico, perché iniziò a baciarmi la guancia fino ad arrivare alla spalla. Ripercorse quel pezzo piccolo del mio corpo svariate volte, lasciando una scia infuocata al passaggio delle labbra. Questa volta non parlai, correvo il rischio di farlo fermare di nuovo. Ritornò alla guancia e si allontanò per scrutarmi l'anima. I suoi occhi ardevano nei miei e percepii la passione nel suo sguardo. Sembravano così stupidi i miei pensieri folli, quelli che mi avevano fatto star male per giorni interi, quelli che non mi facevano studiare, parlare o semplicemente vivere. Era tutto così chiaro e limpido, come l'acqua. Jacob mi amava e io l'amavo. Ci amavamo. Una coppia. Eravamo una coppia. L'aveva dichiarato ufficialmente, quindi era stupido pensarci ancora e deprimersi per una cosa che non c'era. Jake – imprinting o non imprinting – mi amava. E poi questa questione dell'imprinting era così importante? Lui mi amava, bastava no? “Vorrei poter leggere nella mente come Edward in questo momento”, sussurrò. Perché mi sembra una frase così dolce?Le dita delle nostre mani si intrecciarono e le portammo all'altezza del viso. Ci baciammo di nuovo. Non mi sarei mai staccata da lui. Quanto avrei voluto che il tempo si fermasse in quel preciso istante o che rallentasse a tal punto da far durare un minuto un'ora. I suoi baci erano sempre dolcissimi, delicati e sobri. Avrei dato qualsiasi cosa per poterlo baciare ogni ora, minuto e secondo. Il calore si allontanò dalle labbra e aprii lentamente gli occhi. Mi fissava turbato. Con le nostre mani ancora intrecciate asciugò le lacrime sulle mie guance. Lacrime? Non avevo notato le lacrime scese sulle mie guance. Sospirò. “Certo che il tuo cervello sta sempre in moto, eh?”. Sorrise. No, il mio cervello non funzionava, quando mi baciava. E allora le lacrime? “Mi dispiace”, riuscii a dire con voce spezzata. Non capivo cosa mi succedeva. A cosa pensavo? Scosse la testa. “A che pensi?”. Una parte inconscia della mia mente mi suggerì la risposta. “Ho perso troppo, ma ho guadagnato molto di più”. In effetti queste parole non avevano granché senso dette così, ma lui comprese il messaggio. Mi abbracciò facendomi posare la mia testa sul suo petto. Quelle lacrime mi avevano fatto capire una cosa importante... Mi allontanò prima che potessi rilassarmi. “Posso dirti una cosa?”, mi chiese. “Jake, tu mi devi dire sempre tutto...”. Arricciò il naso. “Puzzi!”. “Puzzo?”. Ero sbigottita. “Di vampiro”, aggiunse scuotendo la testa e facendo un'espressione disgustata. “Di... vampiro?”. Non capivo come... “Ti ha abbracciata”. Era un'affermazione. Il suo sguardo impassibile. Sam. “Edward...”, sussurrai incredula. Ecco perché l'aveva fatto! “Vi ho visti”. Un velo di dolore nella sua espressione. “Stavi nel bosco?”. Non sapevo come giustificarmi, cosa dire. Annuì serio. “Avrei voluto ucciderlo. Solo se penso che sei stata tra le sue braccia...”. Iniziò a tremare. Chiuse gli occhi e dondolava la testa avanti e indietro per fermare il tremore. Quando riaprì gli occhi, gli tremavano solo le mani. Gliele presi e intrecciai le dita alle sue. Faceva malissimo vederlo così. “Ti giuro che se dopo lo vedo, lo uccido con le mie stesse mani”. Scoppiò a ridere. “Sì, certo. Come no” e rise ancora. Sorrisi e appoggiai la fronte sulla sua spalla. “Sul serio, lo uccido”, sussurrai. “Ti romperesti solo qualche ossa”, sospirò. Respirai a fondo. “Se vuoi mi cambio”. “No, mi piace questo pigiama. Anche se preferivo quando usavi le mie maglie”. Rise al ricordo. Quei primi quattro giorni a Forks erano stati magnifici. Tutte le sere Jake mi dava una sua maglia da usare come pigiama – mi andavano a vestito – e ci mettevamo sul divano a parlare. Rimanevamo svegli fino a tardi a raccontarci le nostre vite e le cose più strane. Come buoni amici. Mi scostò leggermente, lo spazio necessario per togliersi la maglietta. Non potei non rimanere piacevolmente sorpresa – per l'ennesima volta – nel vedere i suoi pettorali scolpiti e magnifici. Imbarazzata, accettai la maglietta. “Ehm... grazie”. L'idea di mettere la maglia di Jake mi dava su di giri. Mi piaceva molto il suo odore e averlo addosso era qualcosa di... indescrivibile! “Mi raccomando, girati e non sbirciare”, gli ordinai. “Non mi permetterei mai”. Risi della sua espressione buffa. Quando mi alzai dal letto, sentii come un'ondata di vento. Sentivo freddo, mi sentivo persa. Mi allontanai un po' e mi spogliai in fretta dando la schiena a Jacob. Ogni tanto mi giravo per controllare, ma lui guardava le foto e qualche volta ne prendeva una in mano. “Eccomi”, lo avvertii buttandomi di nuovo sul letto. “Così va decisamente meglio”, e mi diede un bacio fugace. “Chi è questa?”, mi chiese. Osservai la foto. No, lei no!“Ehm... perché?”. Volevo evitare la domanda. “E' proprio una bella ragazza”. “Cosa?”. Che aveva detto? “Ovviamente, mai quanto te” e sorrise. Alzai gli occhi al cielo. “Sì, certo”. “A proposito. Quando ti ho conosciuta dicesti che non te ne volevi andare da Forks. Eppure, da quanto ho potuto capire conoscendoti, tu odi i posti pieni di verde. Quindi vorrei sapere... perché volevi rimanere?”. Quella domanda mi meravigliò molto, ma fui felice del cambio di argomento. “Hmm, dunque...”. Ma quando mi ricordai del motivo, non fui affatto felice che avesse cambiato argomento. “Ehm... Ecco vedi... Non è che avevo un valido motivo per rimanere”. “E quindi?”. “Ok, te lo dico. Ecco... Volevo scoprire il segreto dei Cullen ad ogni costo”. Scrollai le spalle per fargli capire che non era poi così importante. Lo guardai per controllare la sua espressione. Non sembrava arrabbiato. “E ora che l'hai scoperto, perché rimani ancora qui? Se non ti piace il posto...”. Vuole stuzzicarmi eh? Proprio non si arrende!“Jake, lo sai il perché, non fare il cretino! Non m'importa. Non m'importa dei Cullen, del loro stupido segreto, di Edward, Bella, mia madre e i suoi problemi di cuore, mio padre, David o chicchessia. Ora come ora m'importa solo di te. Non m'interessa se Forks fa schifo. Con te potrei stare anche all'inferno, si trasformerebbe in paradiso”. Sorrise compiaciuto. Forse era proprio a questo che voleva arrivare. Mise le sue braccia sulle mie spalle e avvicinò il suo viso al mio tanto da far toccare i nostri nasi. “Lo sai che ti amo, vero?”. Sentivo il suo respiro caldo che bruciava sulle mie labbra. La mente già sgombra da ogni pensiero. “Sì, lo so. Ma è bello sentirselo dire”. Chissà quante volte avevo sentito quella frase nei film. Non avrei mai creduto di poterla pronunciare, prima o poi. Percepii un sorriso sulle sue labbra. “Ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo...”, iniziò a dire senza fermarsi. Fui io a fermarlo, baciandolo. Mi stavo abituando a tutti quei baci. Probabilmente non sarei più riuscita a stare senza. “Hai mai provato emozioni così... incredibili?”, gli chiesi, mentre cercavo di riprendere fiato. “No”, rispose anche lui col fiatone. “Nemmeno io” e ripresi a baciarlo. Sentivo un solo sapore. Un sapore unico. Il sapore delle nostre labbra insieme. Non delle sue o delle mie. Delle nostre. Il nostro sapore. “Kate... non riesco a... respirare”, sussurrò col fiato corto. Risi tra i respiri veloci. “Scusa, ma non mi dispiace”. Rise anche lui con me. Poi, si allontanò. “Avanti, ti aiuto a scegliere le foto che con questo ritmo finisci domani!”, disse ironicamente. “E' anche colpa tua se finisco domani, ricordatelo”. “Scusa, ma non mi dispiace”, disse citando le mie parole di poco prima. Ridemmo e iniziammo a selezionare le foto. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 12. Preparativi e tensioni “Non possiamo andarci sul serio”, si lamentò Bella. “Hai completamente perso la testa!”. “Dì quel che vuoi”, rispose Alice. “Andremo al ballo di fine anno”. Erano successe così tante cose nell'ultimo mese. Un gruppo di vampiri stava devastando Seattle – a Jacob però non l'avevo detto, anche se Edward non mi aveva imposto nessun limite –, ancora non sapevamo chi fosse quel vampiro in camera di Bella e il ballo di fine anno si avvicinava sempre di più. Sarebbe stato il primo ballo al quale avrei partecipato. Ma per una volta ero d'accordo con Bella. Non potevamo andarci. “Calmati Bella! Non c'è motivo per non andarci. E poi ti ho già comprato il vestito”. “Ma... Ecco... Io... Tu... Sei una pazza!”, farfugliò lei. *“Alice, ha ragione Bella. Stanno succedendo troppe cose, dovremmo prepararci”, mi intromisi. Bella mi lanciò un'occhiataccia quando sentì la prima persona plurale. “Cioè... Dovreste prepararvi”. “Non ci pensare, Kate! E' il tuo primo ballo, quindi ci andiamo. E ci stiamo preparando, non ti preoccupare. Non per questo dobbiamo rinunciare al tuo primo ballo!”. Mi sentii importante. Era il mio primo ballo, come se fosse un evento straordinario anche per loro. Ormai mi avevano accettata, tranne Bella. Mi lanciava occhiatacce in continuazione, non mi parlava quasi mai e odiava vedermi parlare con Edward. E ridere. Odiava quando ridevo, soprattutto con lui. Stava diventando gelosissima della sua famiglia. Come se gliela volessi rubare. Sì, la sua famiglia. Edward mi aveva detto che Bella voleva diventare un vampiro per stare con lui per sempre. Ormai Edward era diventato come il mio migliore amico. O meglio, io ero la sua. Mi raccontava tutto ciò che l'affliggeva, perché sapeva che non l'avrei detto a nessuno. E poi poteva leggermi nella mente e sapere quello che pensavo prima che parlassi. Era preoccupato per Bella. Perché Bella soffriva a causa mia. Soffriva per Jacob, per Edward, per i Cullen. Per tutto ciò che era collegato con me. E io lo sapevo e non potevo farci niente. In effetti una cosa potevo farla. Potevo lasciare Jacob. Se l'avessi lasciato Bella non avrebbe sofferto più. Sarebbe tornato tutto come prima del mio arrivo. Io sarei ripartita per dimenticare Jacob, Bella sarebbe stata contenta, per i Cullen o c'ero o non c'ero era lo stesso, a Edward poco importava se partivo... E a Jake non ci pensi? La voce era rabbiosa, isterica, delusa. Be', Jake se ne sarebbe fatta una ragione. L'avrei lasciato con la scusa di dover ripartire, bastava. Così tutti sarebbero stati felici, tranne me. Ma era così che andava. Ero felice io, gli altri erano tristi. Ero triste io, gli altri erano felici. Ci potevo provare. Ma Edward non doveva sapere niente. “E mi raccomando, organizzalo bene questo ballo. Ci conto”, aggiunse ancora Alice. Come studentessa “modello” il preside mi aveva dato l'incarico di organizzare il ballo insieme ad altre ragazze e ragazzi. Stavamo a buon punto, dopotutto il ballo ci sarebbe stato tra due settimane! Ma cosa contava il ballo, dopotutto? Forse avrei potuto organizzare un gran ballo, andarci e ripartire subito dopo. Come un ballo d'addio. L'ultimo momento insieme. Poi ognuno per la sua strada. “Farò del mio meglio”, risposi sorridendo, facendo trapelare la malinconia. “Scusate, vado a rinfrescarmi un po' le idee prima della prossima lezione. Ci vediamo in classe” e senza aspettare che mi salutassero, mi avviai. Cosa avrei detto a Jacob? “Jake, scusa se ti ho illuso per tutto questo tempo, ma mia madre se ne vuole andare. Sai com'è fatta”. Che stupidaggine!“Jake, non prenderla male, ma mi sono accorta di non amarti abbastanza per rimanere”. Bugia troppo grande.“Jake, mi dispiace, ma devo partire. Magari in un'altra vita ci rincontreremo e andrà meglio tra noi”. Hmm, può andare.Mi chiusi in macchina e le lacrime iniziarono a scendere inesorabili. Non potevo, non volevo soffrire e far soffrire anche lui. Non si meritava tutto questo! Qualcuno bussò alla portiera. Asciugai in fretta le lacrime e mi girai. Il viso di Edward mi guardava arrabbiato. Aprii lentamente la portiera. Aveva sentito quello che pensavo? Dalla faccia, sì! “Fammi spazio”, disse brusco, quasi ringhiando, mentre cercava di entrare in auto. Per farlo sedere, mi spostai sul sedile del passeggero e lui si accomodò al mio posto. Mi guardò in cagnesco. “Non ci pensare nemmeno, chiaro? Non è un problema tuo, non lo devi risolvere tu e soprattutto a tue spese”. “Ma, Edward... E' colpa mia se Bella soffre, se tu soffri. Io non so più che fare” e scoppiai a piangere di nuovo. Misi le mani sul mio volto per coprirlo e piangere senza farmi vedere il viso da lui. Stava diventando una situazione insostenibile. Mi sentivo esplodere la testa dalla confusione. “Kate, non è colpa tua, ok? Jacob si sarebbe innamorato prima o poi, Bella lo sapeva. Ti prego, non pensare sia solo colpa tua, perché non è vero. Tu non hai fatto niente di male, ti sei solo innamorata. Se innamorarsi fosse una colpa, a quest'ora saremmo tutti all'inferno, non credi?”. Ma i singhiozzi non diminuivano. Rimaneva comunque colpa mia. “Kate, adesso basta! Smettila! Non ti puoi comportare così. Non puoi far soffrire la persona che più ti sta a cuore per salvare la felicità di un'altra. Non è così che funziona”. “Veramente, salverei la felicità di almeno tre persone”. “Ah sì? E chi sarebbero?”, chiese rabbioso. Cercai di ricompormi. “Bella, tu e Rosalie. E non è detto che ritorni il sorriso anche su Quil e Embry, dato che preferiscono Bella a me”. La mia voce fu un sussurro poco percettibile persino per me. Ma Edward lo sentì di sicuro. Rise di gusto. Avevo detto qualcosa di divertente? “Non credo che Bella sarà felice di vedere il suo migliore amico a pezzi dopo che te ne sarai andata. E ti odierà ancora di più – anche se adesso non ti odia, è solo una tua stupida convinzione. Io di sicuro non sarò felice della tua partenza. Rosalie... Ma lei non conta, lei non sopporta gli umani in generale”, alzò gli occhi al cielo. “Quil e Embry sono due imbecilli che non ti conoscono e non sanno quanto vali!”. Era un complimento? “E poi non pensi a Billy? Come si sentirà? Lui ti vuole bene, e vedere il figlio depresso non lo aiuterà. E Sam? Lui ti ha accettata bene, mi pare”. In effetti, sì. All'inizio mi guardava con indifferenza, poi ha capito che ero perfetta per Jacob e ha iniziato addirittura a difendermi. “E Emily ti considera una sorella”. Be', sì. Emily è quella che mi poteva capire meglio di tutti! “E non pensi a te? Tu sarai quella che starà peggio!”. In effetti...“Edward, io ne ho passate talmente tante che...”. “Sarà, ma ti sei mai innamorata?”. “No”. “Ecco... Tu non sai cosa significa lasciare la persona che ami per renderla felice”. Abbassai lo sguardo. “Kate, ascoltami. Io te lo dico perché ci tengo a te, non voglio che tu soffra. Ci sono passato, l'ho sentito sulla mia pelle. E ti garantisco che non serve a niente. Lasci solo un deserto dietro di te. Sei convinta che sarà meglio, ma non è così. Credimi”. Si rabbuiò, aveva toccato un tasto delicato della sua vita. E io sapevo cosa era successo, mi aveva accennato qualcosa Jessica il primo giorno di scuola. “Edward, io... Cosa devo fare?”, gli chiesi disperata. “Devi vivere la tua vita. Devi fregartene degli altri. Pensa solo a te stessa. So che non ci sei abituata – basta vedere come appoggi tua madre nei viaggi. Si vive una volta sola”. Lo guardai con un mezzo sorriso. “Be', detto da un vampiro immortale non ha senso, non credi?”. Ridemmo insieme. “Grazie”, gli sussurrai. “Certo che è stato difficile. Hai la testa più dura di una pietra!”. “Devo ricordarti che i vampiri sono duri come il marmo?”, lo stuzzicai. “No, direi che me lo ricordo da solo, grazie”, e rise. “Avanti, andiamo a lezione. Ora di Biologia, stiamo arrivando!”, annunciai. Parlare con Edward era sempre confortante. Mi faceva ragionare e pensare in modo razionale. Finalmente vedevo le cose dal verso giusto, grazie a lui. Avrei lasciato solo dolore e solitudine dopo la mia partenza. Specialmente dentro di me. Così, l'idea di lasciare Jacob era scartata. Meno male!“Mamma? Che ci fai qui?”. Era tornata prima del solito. Perché? “Sono tornata prima, non sei contenta?”. Be', non è che mi cambiasse poi così tanto, alla fin fine. “Vabbè, io esco”, affermai e mi avviai verso la porta. “Aspetta Kate. Dove vai? Ultimamente parliamo così poco...”. “Sarà che io studio e tu lavori...”. “Be', direi che non devi studiare più, no? Tra poco finisce la scuola”. “Sì, ma ci sono le interrogazioni dell'ultimo minuto, lo sai”. “E comunque, non mi sembra che tu voglia studiare, oggi”. “In realtà stavo uscendo per comprare il necessario per il ballo di fine anno. Mi hanno incaricata di organizzarlo, te l'ho detto!”. “Sì, lo so. Ma io vorrei parlarti un attimo”, e si fermò. “Su?”, la incitai. “Gli ultimi avvenimenti”. Non mi piacque granché il modo in cui sottolineò 'ultimi'. “Ecco vedi... Tu stai con un ragazzo e una madre dovrebbe dirti certe cose a questo punto...”. “Mamma, per favore! Certe cose già le so, non ti preoccupare. Io non sono il tipo, mi conosci!”. Ero un po' infastidita, ma dopotutto si preoccupava per me, tutto qui. “Conosco te, ma non lui. Non mi hai mai detto niente e io non ho mai fatto domande. Credo sia arrivato il momento dato che state insieme da... Quanto? Due mesi? Di più? Di meno?”. Dal nostro primo bacio erano passati esattamente 51 giorni. Ma il nostro 'fidanzamento' ufficiale risaliva a quella sera del falò. Quindi su per giù 45 giorni. Sospirai. “Ok, mamma. Chiedi pure”. E iniziò a farmi domande a raffica su Jacob, la sua famiglia, cosa facevamo insieme, quando ci vedevamo – cosa che consideravo inutile che lei sapesse – cosa mi piaceva di lui ecc ecc. Ovviamente, raccontai qualche bugia qua e là. Mettermi a nudo completamente era impossibile, con mia madre. Mi sentivo a disagio! “Da quello che ho capito, ti piace parecchio”, esordì alla fine dopo un lungo silenzio. “Sì”. Dire che l'amavo non migliorava le cose. “E lui prova lo stesso per te?”, chiese sospettosa. “Mamma, se stiamo insieme direi che qualcosa c'è”, risposi seccata. E non solo qualcosa. “Bene. Mi piacerebbe conoscerlo”. “Che?”. Non riuscivo neanche a immaginare me, Jacob e mamma nella stessa stanza. Sarebbe stato troppo... imbarazzante! “Insomma Kate, è il tuo primo ragazzo. E' una cosa importante. Non vuoi rendere la tua dolce mammina partecipe di questo magnifico momento?”. Sì, era la mia dolce mammina solo quando voleva lei. “Ok, ok... Prima o poi te lo farò conoscere, promesso. Ora posso andare?”, chiesi spazientita. “Sì, vai pure”. “Grazie!” e uscii. Certo che mia madre si era ammattita di brutto. Adesso voleva anche conoscere Jacob! Un casino dopo l'altro. Una vita tranquilla e serena no? Un movimento tra i cespugli attirò la mia attenzione. Non c'era vento, eppure si muovevano. “Ciao Kate”, esordì entusiasta una voce alle mie spalle. Quella voce l'avrei riconosciuta fra mille. “Jacob! Certo che tu se non mi fai venire un infarto non sei felice!”. “Perché? Si è fermato il cuore? No, perché lo sai che ho un metodo infallibile per farlo ripartire”, disse ammiccando. “Be', in effetti...”, sussurrai avvicinandomi. Le nostre labbra si sfiorarono appena, e già questo fece impazzire il mio cuore. Bastava sentire il suo respiro sulla mia pelle per avere i brividi. Improvvisamente mi ricordai di trovarci troppo vicino casa mia. Mia madre poteva vederci! Rinunciai al bacio e lo presi per mano. Camminammo per un po', poi iniziò lui a parlare. “Dove vai di bello?”. “Devo fare delle compere. Mi accompagni?”. “Non saprei. Stavo di vedetta e ho mollato Sam da solo per salutarti e strapparti un bacio. Ma non ho avuto nemmeno quello...”. Sapeva farmi sentire bene in colpa, lui. Lo tirai per la maglietta e lo baciai, lasciandolo di stucco. Così non poteva lamentarsi, no? “Adesso puoi tornare pure da Sam”, gli dissi a un millimetro dalle sue labbra. Strofinò piano il suo naso con il mio e aprì gli occhi. Li vidi, neri come la pece, profondi e bellissimi. Sospirò. “Essere un licantropo è faticoso”, sussurrò. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, gli ricordai. “Già”. I nostri volti si allontanarono e ci guardammo. “Allora... Ci vediamo”, lo salutai. “Sì, magari mollo di nuovo Sam, più tardi”. “Basta che non lo fai arrabbiare”. “Oh, è abituato. E poi, nessun vampiro fino ad oggi. E' inutile, e io sono stanco morto”. Lo fissai per bene. “Da quant'è che non dormi?”, gli chiesi. “Circa due giorni di fila. Ho dormito 3 ore la notte prima e 5 la notte prima ancora. Quindi non dormo praticamente mai”. “Jake, devi riposare. Quil e Embry che fanno? Gli scansafatiche?”. “Lasciamo stare. Vado prima che Sam si annoi”. “Ok”, sussurrai. Dopo pochissimo, già non lo vidi più. Casa mia non era molto distante dal centro di Forks – se si può definire centro – e dopo soli dieci minuti ero già nella piazza “principale”. Guardandomi intorno, vidi solo coppie di fidanzatini, mano nella mano, che guardavano le vetrine. Si vedeva che stava per arrivare l'estate, anche se faceva un freddo cane. Improvvisamente sentii come se lo spazio tra un dito e l'altro fosse troppo. Sentivo la mancanza delle dita intrecciate con quelle di Jacob, e vedere tutte quelle coppie non mi aiutò per niente. Chiusi la mano a pugno e camminai più veloce. Il negozietto era proprio a due passi, così imboccai l'entrata senza guardarmi indietro. Vagai tra gli scaffali fino a quando non sentii una voce familiare. “Ciao Angela. A quanto pare abbiamo avuto la stessa idea!” e risi. Angela Weber era la migliore amica di Bella e avevo avuto modo di conoscerla meglio proprio perché lei, come me, era stata incaricata di organizzare il ballo. Era una ragazza molto sensibile e dolce, l'opposto di Jessica. Non chiedeva mai nulla, era sempre discreta e cordiale. La migliore amica perfetta! “Oh ciao Kate! E' un piacere vederti. Non so proprio cosa prendere per le decorazioni. Secondo te, quali colori dovrebbero caratterizzare il ballo?”. Mi mostrò quattro pezzetti di carta velina, accostati due a due. Blu accostato al ghiaccio, arancione accostato al giallo. “Direi blu e ghiaccio. Andiamo sul soft”. “Concordo in pieno. Colori troppo caldi. E Forks è tutto fuorché calda”, e rise. “Allora, vada per questi. Prendiamo anche qualche palloncino e cosette varie”. Girammo per il negozio e per poco non lo svuotammo tutto. “Sarà magnifico, vedrai!”, mi assicurò Angela prima di lasciarci. * Dialogo preso da Eclipse [ capitolo 14 “Dichiarazioni”, pag 253 ] e modificato secondo le esigenze della storia. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 13. Ballo Era tutto pronto. Mancava solo una cosa da fare: invitare Jacob al ballo. Sarebbe stato lui il mio accompagnatore. Sognavo quella sera da non so quanto tempo, nei minimi particolari, romantica come non mai. Ma non avevo mai avuto il coraggio di invitare Jake. Si può essere più stupidi? “Mamma, io esco”, urlai aprendo la porta. “Dove vai?”. Non ora, mamma!“A comprare il vestito per il ballo. Torno tra due ore circa”. “Kate?”, mi chiamò ancora. “Sì?”, risposi scocciata. “Il ballo è stasera?”. “Sì, perché?”. “E devi ancora comprare il vestito? Insomma Kate, queste cose richiedono tempo. Non ti riconosco più, sei sempre stata una ragazza giudiziosa e responsabile. Non troverai nulla, a quest'ora. E a che ora è il ballo? Alle 20? E' tardissimo, perché non sei andata prima? Sei cambiata e...”, ma ormai non l'ascoltavo più. “Sì, mamma. Hai ragione. Io vado, altrimenti non ce la faccio. Ci vediamo dopo!” e uscii il più in fretta possibile. In realtà, il vestito l'avevo già comprato. Era blu scuro molto semplice ma particolare allo stesso tempo. Non aveva niente di complesso come merletti e simili. Era davvero molto semplice, ma al seno il tessuto era arricciato. Le spalline erano sottili e siccome faceva freddo, avevo preso un copri spalle di un colore più chiaro. Ma le scarpe con il tacco erano quelle che mi piacevano di meno. Io, abituata a portare scarpe da ginnastica, quella sera avrei indossato veri e proprio trampoli. Quasi tutti i pomeriggi le mettevo al piede e ci facevo qualche giro per la casa, in modo da abituarmici prima del ballo. Entrai in auto e misi in moto. La strada per La Push era poca, avevo poco tempo per pensare a come formulare la domanda. Mica gli sto chiedendo di sposarmi?Presi coraggio e accelerai ancora un po'. Per il resto, volevo vederlo. Da qualche giorno faceva i tripli turni. Sam stava diventando nevrotico. Ma che colpa ne aveva? Voleva solo essere sicuro al 101% che non succedesse nulla! Ero sicurissima che si trovasse a casa perché prima avevo chiamato Billy e mi aveva assicurato che Jake stava dormendo, cosa che faceva sempre più di rado. Giunsi in un baleno, persa com'ero nei miei futili pensieri. Non sapevo come chiederglielo, ancora. E ora? Che faccio?Rimasi qualche minuti ferma nella macchina. Dopo un po', iniziò anche a piovere! Forks mi piaceva molto quando pioveva. Il profumo del bosco risaltava al naso. Somigliava molto al profumo di Jacob, un miscuglio di muschio e tronco d'albero. Scossi la testa per smetterla di pensare a queste cose inutili. Così, mi arresi e scesi dall'auto. Corsi verso la porta per bagnarmi il meno possibile e bussai piano. Non volevo svegliare Jake, magari stava ancora dormendo! Billy mi aprì quasi subito. Probabilmente mi aveva visto arrivare dalla finestra. “Ciao Kate, come va?”, mi chiese col sorriso sulle labbra. “Molto bene, grazie”. Ero tutta piegata nella felpa sottile che mi ero portata. Stavo morendo di freddo e mi ero anche leggermente bagnata. “Entra, entra, prima che ti prendi un malanno. Non potevi metterti qualcosa di più pesante?”. Sorrisi. Quando faceva così, sembrava mio padre. Anche lui si preoccupava molto per me, come se fossi sua figlia. “A te come va?”, gli chiesi. “Bene, grazie. Un po' di mal di schiena, ma per il resto tutto bene”. “Mi dispiace per il mal di schiena. Vedrai che passa”, lo rassicurai. Sorrise. “Ho saputo che stasera ci sarà il ballo di fine anno alla tua scuola. Dico bene?”. “Come fai a saperlo?”, chiesi allarmata. E se lo sapeva anche Jacob, come mi giustificavo? “Le voci corrono molto in fretta. So che l'hai organizzato tu, quindi sarà sicuramente magnifico”. “Ehm... Grazie mille!” e cercai di sorridere. “Immagino che tu sia venuta per invitare Jacob”. Oddio, ma come fa?Sbarrai gli occhi. Era un veggente? “Sì, in effetti sì”. Era inutile negare, sapeva tutto. Era la persona più felice del nostro “fidanzamento”. Rise di gusto. “Sai, credo ci sia un piccolissimo problema. Jake non ha un vestito adatto, al momento”. Spalancai la bocca. Per poco non sentii la mascella cadere a terra. Non ci avevo pensato! “Su, non ti preoccupare. Troveremo qualcosa”. Ero sconvolta. Ero stata una stupida a non pensarci prima. “Sta dormendo?”, gli chiesi, con voce tremante. “Sì, altrimenti sarebbe già sceso a salutarti. Però se vuoi, puoi salire. Magari si sveglia, anche se non credo. Nemmeno le cannonate lo smuoverebbero” e rise. Annuii e salii le scale. Volevo vederlo mentre dormiva, come i primi giorni. Era bellissimo vederlo in quello stato di beatitudine inconscia. Aprii lentamente la porta. Eccolo, bello come il sole. Ora che lo guardavo mi sembrava un’eternità che non ci vedevamo. Russava piano. Il respiro ritmato infondeva tranquillità e sicurezza. Mi avvicinai al letto e mi sedetti sul bordo. Jacob prendeva tutto lo spazio, grande e grosso com’era. Si girò verso di me e aprì lentamente gli occhi. Mi guardò incredulo. Lo guadai sorridente e lui si strofinò gli occhi con le mani. Ancora non ci credeva. “Ciao”, lo salutai sussurrando. Si mise a sedere di fianco a me. Mi fissava come se fossi qualcosa di irreale. Poggiò una mano sulla mia guancia e la accarezzò. Prendendomi delicatamente il mento, mi baciò come solo lui sapeva fare. Quello sì che valeva più di mille parole! Sentivo i suoi sorrisi contro le mie labbra. Era rilassato, felice di rivedermi. Almeno quanto me, che avevo il cuore in gola e il fiato corto. Senza smettere di baciarmi, mi spinse delicatamente sul letto e si mise sopra di me facendo aderire il suo corpo al mio. Con le mani sul materasso si manteneva sollevato per non pesarmi troppo addosso. Ma in quel momento non pensavo a tutte queste cose. Il cuore mi riempiva il petto, la gola, le orecchie. Per mia fortuna, fu lui ad allontanare le labbra per primo. “Ciao”, sussurrò a un centimetro dalla mia bocca. Sorrisi subito. “Come va?”, gli chiesi automaticamente. “Bene. Molto bene, adesso”. Iniziò a baciarmi il collo dolcemente, gesto che mi faceva impazzire ogni volta di più. “Hai un buon odore”, sussurrò. “Questa volta non puzzo di vampiro?”, gli chiesi. E la vocina mi maledisse. Mi guardò cupo. “Assassina”, sussurrò. “Di che?”, chiesi confusa. “Di momenti romantici”. Si alzò e si mise a sedere. Anche io mi alzai. Sono una stupida! E la vocina era d’accordo. “Scusa, non volevo”, cercai di giustificarmi. “Fa niente. I momenti belli prima o poi devono finire”. E no, così mi fai sentire in colpa!“Scusa”, mi scusai di nuovo poggiando la testa sul suo petto. “Mi sei mancato tanto”. “E meno male! Immagino cosa avresti fatto se non ti fossi mancato” e rise. “Jake, dico sul serio. Stai solo aumentando il mio senso di colpa, così”. Si fece serio. “Scusa, non volevo”. “Quando fai così, giuro che ti ammazzerei!”. “Avresti il coraggio di ammazzare un ragazzino indifeso?”, mi chiese facendo gli occhi da cucciolo. “Sul ragazzino ti do ragione, ma sull’indifeso avrei qualche dubbio...”. “Ehi, non sono un ragazzino io”. Fece il finto offeso. “Quando fai così, sì”. “Ok, ok. Perdonami, non avevo intenzione di farti sentire in colpa – o forse sì? Il fatto è che sei così... Insomma, non capisco perché non ti piace quando ti bacio sul collo, ecco”. “Che? No no, frena un secondo. Tu credi che non mi piacciano i tuoi baci sul collo?”. No, davvero lo pensa?“Perché? Non è così?”, mi chiese convinto. Scoppiai a ridere. “Oh, Jake, davvero pensavi? No, no. Ti sbagli di grosso. Quando mi baci sul collo mi fai impazzire, è diverso!”. Mi scrutò un secondo l’anima. Non lo faceva da tempo. “Davvero?”, chiese vagamente compiaciuto. Annuii seria. “Impazzire”, ripetei per convincerlo. Il sorriso si allargò a tal punto da coprirgli mezza faccia. “Comunque... Perché sei venuta?”, mi chiese. “Volevo vederti. Non dovevo?”. Aveva ancora il sorriso, però mi sentii un po’ male. E se lui non voleva stare con me ma dormire e riposarsi? “Lo sai che mi fa sempre piacere vederti. Ma c’è qualcos’altro!”. Ma bene, anche lui è un veggente!Abbassai gli occhi. “Mi conosci troppo bene!”. Le sue dita si intrecciarono alle mie. Lo guardai di sottecchi. “Avanti, a me puoi dirlo!”, mi incitò sussurrando. “Jake, sai che stasera c’è il ballo di fine anno della mia scuola?”, riuscii a dire. “Hmm... Sì, credo di averlo sentito dire”. “Ecco ti... ti andrebbe di venirci?”. Be’, non l’avevo chiesto proprio come dovevo, ma andava bene lo stesso! “Mi stai chiedendo di farti da cavaliere?”, chiese innocentemente. “Sì Jake, sì. Ci vuole tanto per capirlo?”. Rise. “Scusa, ti complico sempre la vita, eh?”. Sorrisi. “Tu che dici? E non mi hai ancora risposto”. Stavo diventando insofferente. Era tardi e ci voleva tempo per prepararmi... Si chinò su di me e mi baciò. “Ti va bene come risposta?”, chiese. “Hmm... Lo devo prendere come un no o come un sì?”. “Un sì, un sì”, rispose quasi scocciato. “Ti devo complicare la vita anche io, in qualche modo”, dissi facendo la linguaccia. “Hai qualcosa da mettere?”, chiesi poi. “Troverò qualcosa, fidati”. Mi sollevai dal letto. “Benissimo, adesso devo andare. Sai, mi devo preparare...”. “Certo certo. Ti passo a prendere alle otto”. Gli mandai un bacio. “A dopo!”, e uscii dalla stanza. Salutai Billy prima di sparire e tornai a casa. Un secondo!, mi interruppe la vocina. Jacob aveva detto che sarebbe passato a prendermi. Quindi sarebbe entrato in casa, avrebbe conosciuto mia madre e... sarebbe stato un disastro! Be’, però non era detto. Magari mamma sarebbe stata clemente. Parcheggiai nel vialetto ed entrai il casa salendo le scale in fretta. Trovai Jenny fuori la sua stanza. “JeJe, come va la vita?”, le chiesi scompigliandole i capelli. “Cos’è? Ti sei ricordata di me? Adesso ti interessa della mia vita? La tua non è più tanto interessante?”, mi attaccò. “JeJe, ma che dici? Mi interesso sempre di te...”. Ero mortificata. “Sì, certo. Da quando stai con quel Jacob non capisci più nulla. Sei troppo presa dalla tua nuova vita da non accorgerti più di me. Non ti interessa quello che combino a scuola. Be’, sappi che ho avuto il voto più alto della classe. Ma tanto tu che te ne fai di un mio voto alto? La tua vita è perfetta anche senza queste scemenze”. Vidi una lacrima scendere mentre correva in camera e sbatteva la porta. Mi sentii così male. Perché sapevo che era la verità, purtroppo. Aveva ragione da vendere. Ma non potevo lasciarmi rovinare la serata da mia sorella. Dovevo fare qualcosa, ma non in quel momento. Forse potevo sembrare egoista, ma non potevo fare altrimenti. Entrai in camera col cuore a pezzi. Meccanicamente presi il vestito e mi spogliai. Feci la doccia e lo shampoo e dopo averlo indossato, squillò il telefono. “Ciao Kate, come va?”. “Alice? Come mai hai chiamato?”. “Volevo sapere come è andata”, disse ingenuamente. “Come è andata cosa?”, chiesi perplessa. “La visita a Jacob, ovvio”. Lo dava tanto per scontato? “Alice, hai visto un buco nel mio futuro e hai subito pensato...?”. “Sì. Ed Edward stamattina mi ha detto che ancora dovevi chiederglielo. E io ho controllato...”. “Perché?”. “Mi preoccupo per te, Kate. E sono anche preoccupata del tuo vestito e di tutta la tua preparazione. Vorrei venire lì a farti un paio di cosette, ma qui stiamo davvero impegnate”. “Sei davvero carina a preoccuparti per me. Ma non ce n’è bisogno, sono piuttosto brava a prepararmi da sola. Rimarrai a bocca aperta. E non controllare, perché tanto non so ancora cosa fare!”. Non avevo mai pensato che Alice potesse prendermi tanto a cuore. Credevo di essere solo un intruso, al massimo quella che pranza con loro a mensa. “Ok, te lo prometto. Ci vediamo dopo, allora”. “Ciao Alice”, e riattaccai. Mi guardai allo specchio. Potrei alzarmi i capelli. No, meglio di no. E’ vero che i vampiri non sono attratti da me, ma meglio rendere la vita più facile a Jasper. E poi a Jacob piacciono sciolti, quindi credo che li lascerò così. Ok, ho deciso!Presi il ferro e iniziai a passarlo sui capelli. Diventavano ricci subito. Caratteristica dei mie capelli. Si adattavano a tutto! Qualche ciocca la alzai, giusto per non appesantire la pettinatura. Adesso, ci manca solo un po’ di trucco!Matita sotto gli occhi, un po’ di ombretto e un lucidalabbra leggero. Ero pronta. Scarpe ai piedi, mi affacciai alla finestra. La aprii e un vento gelato mi colpì in pieno. La chiusi immediatamente e mi coprii con il copri spalle. Sentii il campanello della porta. Doveva essere per forza Jacob. Ma non feci in tempo a scendere, che mia madre aveva già aperto. Ed era proprio lui! Aveva uno smoking classico con una cravatta blu a righe. Dire che stava benissimo era poco. Porse un mazzo di tulipani a mia madre – si ricordava dei fiori preferiti di mia madre? “Oh, grazie mille!”, lo ringraziò lei. “Vuoi accomodarti?”. “Mamma, veramente andiamo di fretta. Devo arrivare un po’ prima per controllare che tutto sia perfetto, sai com’è”. Jacob si avvicinò e mi mise una mano sul fianco. “Tu sei perfetta”, sussurrò ad un orecchio. Arrossii lievemente. E mia madre lanciò un’occhiata alla sua mano sul mio fianco. Qualsiasi altro ragazzo l’avrebbe tolta immediatamente, ma non Jake. “Sì... Certo... Bene, mi raccomando di tornare entro mezzanotte, non più tardi”, concluse. “Non si preoccupi, la riporterò in tempo sana e salva” e uscimmo. “Grazie per essere passato. Mi dispiace solo per mia madre. Ma dove l’hai trovato questo smoking stupendo? Stai benissimo”. L’agitazione prese il sopravvento e iniziai a parlare a macchinetta. Dicevo tante di quelle scemenze che mi meravigliavo anche io. Jake mi ascoltava in silenzio. Poi, l’auto si fermò. “Kate, calmati”, esordì lui accarezzandomi la guancia. “Sei troppo agitata. Capisco che per te è importante, lo è anche per me. Mi stai facendo venire l’ansia!”. “Scusa, è che... sono una stupida”. Sorrise e le sue labbra premettero sulle mie. La bocca si dischiuse e mi lasciai travolgere dalle emozioni. Questa volta, il bacio sapeva di fragola, il gusto del mio lucidalabbra. “Hmm, buono”, sussurrò prima di darmi un ultimo bacio. “Meglio?”, chiese mettendo in moto. “Direi proprio di sì. La prossima volta non me lo metto il lucidalabbra. E’ inutile”. “Uno dei tanti inconvenienti dell’avere un ragazzo che ti ama alla follia”, e scrollò le spalle. Sorrisi felice. Se era solo questo che rischiavo... Arrivammo presto. Vidi solo qualche mio “collega” che controllava le ultime cose. Scendemmo dall’auto e salutai Angela ed Eric e tutti i miei compagni che incontrai. C’era anche Mike, il quale iniziò a parlottare con Jessica. Si ricordava bene di Jacob, da quella volta della litigata con Edward fuori la scuola. “Kate, che cos’ha tua sorella?”, mi chiese all’improvviso Jake. “Chi?”, chiesi sovrappensiero. “Tua sorella. L’ho vista sopra le scale quando stavi scendendo. Mi ha guardato in modo strano”. “Non ci pensare. Ho litigato con lei prima di uscire”. “Strano, non ho sentito urlare”, rise. Gli diedi un piccolo schiaffo. Continuammo il giro, mi sembrava tutto a posto. Jake rimase sbalordito nel vedere il gazebo nel parcheggio tutto pieno di luci. Idea mia e di Angela! Un ultima controllatina qua e là ed entrammo nella palestra, dove c’era la “pista da ballo” con la postazione del dj. C’erano già quasi tutti, compresi i Cullen. Alice mi venne subito incontro, mentre arricciava il naso a causa di Jacob. “Buonasera”, salutò lei. “Wow, Kate... Sei fantastica! E queste decorazioni... Sei stata davvero grande!”, esultò entusiasta. “Grazie, ma non è tutto merito mio. Lavoro di squadra”. Avvicinò la bocca al mio orecchio. “Vedo che non c’è stato nessun problema”, sussurrò lanciando un’occhiata a Jacob che faceva finta di guardare altrove. Cercava di essere carino e non arricciare il naso per il disgusto. Poi, Alice si allontanò. Guardai gli altri Cullen. Emmett mi sorrise contento, Rosalie mi squadrò da capo a piede, Jasper fece un cenno di saluto e vidi Edward fissarmi senza fare niente. Bella cercava di non guardarmi, mi lanciava qualche sguardo di nascosto. Più che altro, osservava Jacob. E’ vero, ci aveva visti insieme già al falò, ma mai mano nella mano. Una lieve pressione delle dita mi scosse dai miei pensieri. “Che ne dici di aprire le danze? Facciamo vedere noi come si balla”, disse Jake. “Ehm... Jake, non per qualcosa, ma non ho mai ballato in vita mia!”, affermai terrorizzata. “Neanche io. Ma ci sarà una prima volta, no?”. Mi trascinò al centro della palestra, dove si agitavano le luci colorate. Mise le mani sui miei fianchi e io le mie dietro la sua nuca. Iniziammo a volteggiare e la nostra iniziativa fu presa da molti, primi i Cullen. Strano ma vero, anche Bella si fece trascinare. Solo che lei aveva i suoi piedi su quelli di Edward, quindi non doveva fare molto sforzo. Il mio sguardo e quello di Edward si incontrarono per un attimo e lui mi fece un occhiolino. Non potei non sorridergli. “Non stiamo andando tanto male, no?”, sussurrò Jacob. “Direi proprio di no. Non siamo al loro livello, però...”, e con loro mi riferivo ai Cullen. Erano davvero bravissimi e l’essere vampiri aiutava di certo. E chissà quante volte avevano vissuto questa situazione... “Vado a prendere da bere”, affermò Jacob quando ci fermammo. Un attimo dopo, vidi Bella andargli vicino. Iniziarono a parlare e ogni secondo che passava la mia agitazione crescere. “Complimenti”, sussurrò al mio orecchio una voce suadente, vellutata e familiare. “Per cosa?”, chiesi stupita. “L’organizzazione perfetta, la tua bellezza e... Jacob non lo facevo tipo da ballo studentesco”. Rise. “Grazie”, riuscii a dire mentre sbirciavo ancora nella loro direzione. “Non ti preoccupare, Kate. Gli vuole solo parlare...”, mi tranquillizzò Edward. “Certo, se sei tranquillo tu!” e gli sorrisi. Prese la mia mano – al contatto con la sua sentii un brivido ghiacciato, per niente caldo come quelli che avevo con Jacob – e fece un mezzo inchino. “Posso avere l’onore di questo ballo?”, chiese accattivante. Lanciai un’ultima occhiata a Jake e annuii. “Che cosa si prova a stare tra le braccia di un vampiro?”, mi chiese Edward. “Quello che si prova a stare tra le braccia di un semplice essere umano”. “Ma io potrei stritolarti in qualsiasi momento. E non ci vorrebbe neanche un secondo ad ucciderti”. Lo sguardo cupo mi trafisse. Alzai le spalle. “Non ho paura di rischiare”. Sorrise. “Dimenticavo che rischi la tua vita ogni giorno, stando con un licantropo appena nato”. Risi di gusto. “Sì, certo. Rischio proprio la vita!”, e ricordai le sensazioni che provavo ogni volta che Jacob mi toccava o semplicemente mi guardava. E’ vero, rischiavo di morire di autocombustione ogni volta che stavo con lui... O di infarto! “Ti prego, risparmiami i dettagli”, si lamentò lui disgustato. Lo guardai male e scoppiammo a ridere. Edward si fermò e solo allora vidi Jacob e Bella a poca distanza da noi che ci osservavano. Che figura!Arrossii nervosa e mi affiancai a Jake. Nell’avvicinarmi, vidi Alice con lo sguardo perso nel vuoto e Jasper che la sorreggeva preoccupato. “Alice”, urlai per sovrastare la musica. “Alice, cosa c’è?”. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 14. Buio “Alice”, urlai per sovrastare la musica. “Alice, cosa c’è?”. Ci avvicinammo tutti preoccupati, tranne Jacob. Semplicemente non capiva cosa stava succedendo. “Bella”, sussurrò Alice guardandola terrorizzata. Non avevo mai visto Alice in quello stato. Faceva davvero... paura! “Cosa vedi, Alice?”, chiese Bella. “La decisione è stata presa”. “State andando a Seattle?”. “No”. Questo voleva dire solo una cosa... “Stanno arrivando”, farfugliammo Bella ed io. Jacob mi guardò interrogativo. “Sì”. “A Forks”, continuò Bella. “Sì”. “Per...?”. “Uno di loro stringe la tua camicia rossa”. Sentivo la testa rimbombare forte. Faceva malissimo. Le parole scorrevano veloci e io non le sentivo. Un gruppo di vampiri stava venendo a Forks per Bella. Era quello che aveva visto Alice, avevano deciso. “Ora basta!” sentii dire a Jacob. “Cosa sta arrivando?”. Di nuovo il mal di testa mi colpì violento e non sentii cosa rispondeva Alice. Però poi la vidi sorridere. La preoccupazione era mutata in gioia. “Alt, alt, calma”, li interruppe Bella. Tutti si girarono verso di lei. Sembrava che Bella dicesse ciò che io non riuscivo a dire, che lei fosse la mia bocca. “Coordinarci?”, ripeté. E con quella parola capii di cosa stessero discutendo. I licantropi volevano aiutare, Jacob voleva combattere. “Kate”, sentii la voce vellutata di Edward sussurrare il mio nome. Sapeva a cosa stavo pensando, quali immagini la mia mente stava ricreando. “No”, sussurrai come un automa. “No, no”, ripetei a voce più alta con le lacrime agli occhi e scappai dalla palestra. Non volevo sentire una sola parola di quello che dicevano. Non ce la facevo. Non so come riuscii a correre con quelle scarpe fino a casa, con il volto rigato di lacrime. Era presto, mia madre e Jenny non c'erano. Probabilmente erano uscite. Bene!Corsi per le scale e mi buttai sul letto. Il buio mi avvolse nel tentativo di fare ordine al caos nel mio cervello. La testa stava per esplodere, me lo sentivo. Punto 1. Un gruppo di vampiri stava arrivando a Forks. Punto 2. Volevano Bella, e niente li avrebbe fermati. Erano 20! Punto 3. Vampiri e licantropi li avrebbero affrontati, insieme. Una cosa assurda. Due nemici che si alleano contro un nemico comune. Per proteggere Bella. Ma non m'importava che Bella fosse al centro dell'attenzione, ancora. L'incolumità di Jacob. Non aveva mai affrontato un gruppo di vampiri. Sarebbe morto! L'immagine di Jacob steso a terra morente mi riempiva la testa. E i Cullen, Edward, Alice, Emmett... Sarebbero morti tutti! Dovevo impedirlo ad ogni costo. Non potevano rischiare così tanto per... Kate, adesso sei cattiva. E' una tua amica, una vita umana. Non puoi pensare di salvare Jacob al posto di Bella!Mio malgrado, la vocina aveva ragione. Ero egoista. Questa era la parola giusta. Mi alzai e andai in bagno. Dovevo rendermi “presentabile”. Per l'arrivo di mia madre. Non poteva vedermi in quello stato pietoso. Dopo essermi messa il pigiama e tutto, sentii la serratura della porta scattare e la voce di Jenny attraversare le scale. Passò davanti la mia stanza e si fermò a guardarmi. Poi continuò verso la sua. La seguii. Dovevo chiarire ancora la discussione di prima. “JeJe, mi dispiace”. “Sai solo dire questo. Sono stufa delle tue scuse”. “Ti prego ascoltami. Hai perfettamente ragione, su tutto. Sono egoista e non mi piace. Penso solo a me stessa, alla mia vita. Sono diventata una persona orribile, lo so. Ma non devi pensare che di te non mi interessi. Sei mia sorella, mi preoccupo per te, ma in questo periodo sono un po'... presa da nuove esperienze. Ti prego, JeJe, capiscimi...”. Sentii di nuovo le lacrime agli occhi e il cuore spezzato. “Ti capisco. Per te è tutto nuovo. Hai un ragazzo, una vita emozionante. Quasi ti invidio. Però mi piaceva tanto il nostro rapporto. Questo schifo di città ha rovinato tutto. La camera separata, quel ragazzo... Voglio la mia Kate!”. La abbracciai forte. “JeJe, scusa. Ti prometto che parlerò con te, non mi terrò più niente dentro. Mi interesserò di più a ciò che fai. Puoi dormire anche con me, se vuoi. Scusa, scusa”. “Ok, sei perdonata”, si arrese. “Grazie, grazie”, e la baciai sulla guancia. “Sei già tornata”. Non era una domanda. Annuii sconsolata. “Qualcosa è andato storto, eh? Mi dispiace, era il tuo primo ballo”. “Non ci pensare, ok? E' stata una brutta serata, tutto qui”, e alzai le spalle. “A proposito, ho visto Jacob, si chiama così?”. Ecco, quel tono non mi piace. Quando dice così vuol dire che sta per dare il suo giudizio.“Che te ne pare?”, chiesi curiosa. “Ecco... sembra più maturo della sua età. E' carino, ha una faccia simpatica, ispira simpatia”. “Ti... piace?”, chiesi poco convinta. “Direi di sì. E' il tipo giusto per te, anche se io ti vedevo con uno tipo Edward”. “E tu come conosci Edward?”, chiesi perplessa. “L'ho visto. Non mi perdo niente, io”. Sorrisi. “Ti voglio bene, sorellina”. “Anche io, sorellona”. Le diedi la buona notte e scesi per dare qualche spiegazione a mia madre. Non fece domande su quello che era successo, capiva che stavo male. Ma in camera mia mi aspettava qualcuno... Chiusi la porta alle mie spalle e mi ci appoggiai. C'era ancora la porta del bagno che conduceva alla mia camera, ma quasi non m'importava. Avevo solo paura di quello che lui poteva dirmi. Il resto era poco importante. Tutto taceva, nessuno dei due accennava una parola. Abbassai lo sguardo verso il pavimento, non volevo guardarlo negli occhi. “Perché te ne sei andata in quel modo?”, chiese, stranamente calmo. “Mi sentivo poco bene e... quei discorsi non mi piacevano”. Sentivo il suo sguardo addosso, cercava di attirarmi e mi metteva a disagio. “Perché?”. Il suo tono era calmo e pacato. Mi dava sui nervi. Ero sull'orlo di una crisi nervosa. “Perché? Perché non ce la faccio a sentire discorsi che parlano della tua morte? Vuoi sapere questo?”, chiesi con le lacrime agli occhi, quasi urlando e guardandolo. “La mia morte? Ma che stai dicendo?”. “Jake... Tu non sai quello a cui stai andando incontro. Non siete più sei contro uno come con Laurent... Tu... Rischi di farti male, e parecchio”. Una lacrima mi rigò il volto. Come poteva non accorgersi del pericolo? Come? Si avvicinò piano, molto lentamente. Con una mano mi accarezzò la guancia asciugando la lacrima versata. “Kate, davvero credi che io possa non farcela?”, sussurrò. “Sì, non siete abituati. E tu sei un incosciente!”. La sua mano, quella sul mio volto, si allontanò e appoggiò l'avambraccio sulla porta per mantenersi e avvicinò pericolosamente il suo viso al mio. “Però mi ami”. “E' proprio per questo che...”. “Shhh, ho capito. Ti preoccupi per me, ma non ce n'è bisogno. Sarò prudente”. “No, tu non combatterai”. “Maledizione”, disse arrabbiato e dando un pugno alla porta. Si allontanò da me dandomi le spalle. “E' importante Kate... Perché non lo capisci?”. “Più importante di me?”, sussurrai senza voce. Iniziò a tremare da capo a piede. Vedevo i tremori attraversagli tutta la schiena, violenti e continui. Credevo stesse per trasformarsi, quando iniziò a calmarsi. Si girò trafiggendomi con lo sguardo. “Nulla è più importante di te. Nulla”. “E allora perché non rinunci? Ti prego, Jake, ragiona. Fallo per me”, lo implorai. “Non puoi chiedermi una cosa del genere”. Sospirai. “Va bene, vai pure a morire. Ma io non sarò con te”. Sì, perché se non riusciva a rinunciare ad uno stupido combattimento contro dei vampiri, voleva dire che non ci teneva poi così tanto a me. “Mi stai chiedendo di scegliere?”. “Sì”. “Non puoi chiedermi di scegliere tra te e...”. “Una stupida battaglia? Sì che posso”. Sospirò. “Ma lo sai che senza di te non posso vivere”. Il suo sguardo dolce mi toccò il cuore. Con quello sguardo riusciva a farmi sciogliere, tutte le mie difese crollavano. Ma dovevo tenere duro. Non potevo cedere. “Jake, per me tu sei la cosa più importante. Tu stai al primo posto, le altre cose sono insignificanti. Rinuncerei a qualsiasi cosa pur di stare con te. Perché tu non riesci a fare lo stesso?”. Ormai le lacrime scendevano senza che me ne accorgessi. Sentivo un dolore al petto fortissimo. “Kate, non posso abbandonare gli altri per puro egoismo. Devo pensare alle necessità del branco, alla loro incolumità”. Lo capivo. Lo comprendevo e lo appoggiavo. Ma soffrivo, soffrivo peggio di un cane. E solo al pensiero di Jake davanti a 20 vampiri... “Ok... ok, non c'è problema. Anteponi pure il branco a me. Ma non lamentarti se io non voglio subire tutto questo”. “Mi... mi stai lasciando?”, chiese con voce tremante. Distolsi lo sguardo da lui, per trovare il coraggio di rispondere. Gli stavo dando un grande dolore, lo stesso che stavo provando io. “Sì”, riuscii a dire. Ci fu un lungo silenzio, ricco di tensione. “Va bene. Se in questo momento ti sembra la scelta giusta, l'accetto. Non ti cercherò più, se vuoi. Non chiederò di te, non sentirai più nominarmi. Ma sappi che io ti aspetterò, in eterno. E quel giorno che mi rivorrai con te, sarò lì ad aspettarti. Ti amo, e sarà così per sempre”. Detto questo, mi si avvicinò e mi strinse a se. Un abbraccio che non avrei mai dimenticato. Un abbraccio che racchiudeva tutta l'angoscia, la paura, il dolore... Un abbraccio che racchiudeva tutto quello che era stato. Poi, uscì dalla finestra e io mi accasciai a terra con un vuoto nel petto e il respiro corto. Non riuscivo a frenare le lacrime, ed era giusto che fosse così. Era lecito piangere in quella situazione. Avevo lasciato l'amore della mia vita per orgoglio. No, non solo per questo. Per paura. Paura di svegliarmi ogni giorno con la consapevolezza che non l'avrei più visto, toccato, sentito... Paura di poterlo vedere solo in ricordo, di non poter più sentire le mie razioni al solo guardarlo. Paura di non poter più vivere, perché se lui al mondo non c'era non avevo motivo di esistere anche io. Eravamo destinati a stare insieme, ne ero consapevole. E allora perché l'hai lasciato?, chiese acidissima la vocina. Strisciai fino al letto e schiacciai la faccia sul materasso. Lì, iniziai a piangere rumorosamente, lamentandomi ad alta voce, in una maniera straziante. Sembravo una bambina che aveva perso il suo orsacchiotto preferito. Ma io avevo perso molto di più. Avevo perso la vita. Anche se solo in parte, l'avevo persa. In parte, perché lui c'era ancora. Anche se non era mio, c'era. Ed era quella la cosa fondamentale. Ma a chi voglio prendere in giro? Sono stata un'idiota. Una stupida idiota. Cosa credo? Di soffrire di meno se io e lui non stiamo insieme al momento della sua morte?Iniziavo a rimpiangere la mia decisione. Mi ero illusa di sentirmi meglio. Ma la verità era una sola, volente o nolente. Soffrivo. E avrei sofferto comunque, con o senza di lui. Mi calmai e presi il cellulare. Ero una delle pochissime persone che possedeva il numero del cellulare di Edward – a parte la famiglia, ero l'unica. “Kate, come stai?”, mi rispose al primo squillo. “Edward... Io... Jacob...”. “Cos'è successo?”, chiese preoccupato. Sentii il rombo dell'auto. Iniziai di nuovo a piangere. Ormai era chiaro, Edward era la persona adatta. Era il mio migliore amico. Il mio punto di appoggio. La persona più giusta da chiamare in momenti come questo. “Dammi qualche minuto e sono da te, ok?”, e riattaccò senza aspettare una mia risposta. Mi accasciai di nuovo sul letto. Le lacrime erano incontrollabili, scendevano senza permesso. Sentii toccarmi leggermente la spalla. Mi girai di scatto e lui era lì. Lo abbracciai all'istante, piangendo tutte le mie lacrime. Edward non diceva niente, mi stringeva e mi lasciava sfogare. “Grazie... Non so quante volte ti sto ringraziando ultimamente”, dissi quando mi fui calmata. “Tranquilla, sono qui per questo. E ho capito più o meno la situazione, anche se stai pensando a un migliaio di cose contemporaneamente. Ma conducono ad un'unica cosa, quindi non è stato difficile capire. Posso dirti quello che penso?”. “Sì, ho bisogno di conferme, ti prego”. “Vedi, tu l'hai ritenuta la scelta giusta, e io ti capisco e ti appoggio. Forse al tuo posto avrei fatto lo stesso, chi lo sa? Però cosa cambia? Se deve morire, muore ugualmente e tu soffrirai lo stesso”. “Grazie, mi rincuori...”, dissi ironica. “Ti dico solo la verità. Però hai fatto la scelta sbagliata. Perché Jacob non morirà. E' una guerra che perderanno in partenza, credimi. Lui non rischia niente. Sarà così facile che qualcuno potrebbe anche rimanere in disparte”. “Ma allora perché lui non riesce a rinunciare? Perché io non ho voce in capitolo?”. “So a cosa stai pensando. Tu hai troppa influenza, credimi. Secondo me a quest'ora si starà disperando, perché ciò che dici per lui è come la Bibbia. E non pensare che non sia così!”. “Scusa, ma non ci riesco”. “A proposito. Non so se dovrei dirtelo, ma tra qualche ora ci incontriamo tutti – e con tutti intendo vampiri e licantropi – nel bosco per organizzarci. Faremo un po' di allenamento, per mostrare ai lupi come affrontare i neonati”. Già, mi ero dimenticata che loro i vampiri trasformati da poco li chiamavano “neonati”. “Vuoi venire?”, mi chiese attento. Non sapevo cosa avrei fatto, quale sarebbe stata la mia reazione al vedere Jacob in quel momento. “Ricordati che sarà trasformato. Non si fidano molto di noi...”. “Non lo so, Edward. Da una parte vorrei venire, voglio assistere. Ma dall'altra...”. “Sì, lo so. Hai fatto proprio un bel casino”, disse grattandosi la testa. Improvvisamente sentii le palpebre pesanti. “Bene, hai bisogno di dormire. Dimentico certe cose, sai com'è. Nessun umano in famiglia”, affermò con il sorriso sulle labbra. “Uno sì, però”, risposi. Rise. Non se l'era dimenticato, come poteva? Era la sua vita... “Edward?”, lo chiamai, vedendo che si avviava verso la finestra. “Sì?”. “Potrò chiamarti sempre, quando ho bisogno di qualcuno con cui parlare o un paio di muscoli?”. Sorrise. “Certo, pronta a servirla!”, disse inchinandosi. Risi a bassa voce. Dopo qualche secondo, era sparito. Mi buttai sul letto esausta e lasciai che il buio mi avvolgesse e si appropriasse di me. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
 | | | | 15. Organizzazione Ero vuota. Completamente vuota. Mi sentivo uno straccio, ma vuota. Male, male da non riuscire a respirare. Eppure, sapevo che la colpa era solo mia. Una stupida, ecco cos'ero. Guardai fuori alla finestra. Il vento soffiava forte, le fronde degli alberi ballavano a ritmo e il cielo grigio rispecchiava il mio stato d'animo. Sapevo che là fuori c'era anche lui, tra gli alberi, e stavo ancora più in ansia. Scesi piano le scale, senza sapere di preciso cosa fare. La scuola era ufficialmente finita, all'orizzonte solo un'estate noiosa. Ma prima, dovevo partecipare ad una battaglia. Sì, perché non me ne sarei stata con le mani in mano ad aspettare la notizia della morte di Jacob. Volevo esserci, volevo poter fare qualcosa, anche a costo di perderci la vita. “Buongiorno tesoro, come va?”, domandò mia madre, sorridente. “Abbastanza male, grazie”. Col morale a terra, non avevo alcuna voglia di parlare. Lei invece, era in vena di chiacchiere. “Com'è andato il ballo?”, chiese come se non mi avesse sentita. Sospirai. Tanto valeva accontentarla. “Bene, anche se poteva andare meglio”. Era la verità. Il ballo era stato bello, fino ad un certo punto. Indimenticabile, per certi versi. “Cosa ti va per colazione?”. Ma come faceva a non accorgersi del mio umore? Cosa aveva in testa? “Se mi dai un coltello, faccio da me”. E con questo, volevo dire che mi volevo uccidere. Meglio finirla, piuttosto che continuare così. Mi guardò interrogativa. “Non ho molta fame. Vado a vestirmi, ho voglia di un po' d'aria”. Feci dietro front e salii di nuovo in camera mia. Mi buttai sul letto, con la voglia di piangere fino a non sentire più gli occhi. Resistetti all'idea, avevo tutto un giorno per piangere. Feci il letto e mi vestii con le prime cose che trovai nell'armadio. In un attimo, ero fuori dalla “baita”. Attraversai sicura e mi infiltrai nel bosco. Quegli odori mi assalirono come una folata di vento gelido. Odori che conoscevo bene, perché lui li aveva tutti, dal primo all'ultimo. Vidi quel tronco dove mi sedetti la prima volta che piansi a Forks. Quel giorno lo ricordavo troppo bene. Il giorno che aveva segnato la mia vita, che l'aveva mutata inconsapevolmente. Al ricordo sentii delle lastre di ghiaccio sfregarmi lo stomaco, farmi mancare il respiro. Come se avessi ricevuto un pugno allo stomaco in piena regola. Mi accasciai a terra, con le spalle al tronco d'albero caduto. Le mani sul ventre, la schiena piegata in avanti, il dolore che cresceva ogni secondo di più. Gli occhi si appannarono e le lacrime iniziarono a scendere veloci. Tutti i momenti con Jacob erano lì davanti ai miei occhi e non riuscivo a eliminarli. Come in un film, passavano avanti senza tregua. Qualcosa di gelido mi toccò la spalla. La voce squillante arrivò quasi subito dopo. “Kate, mi dispiace”. La voce di Alice, così melodiosa, mi riscaldò il cuore. La abbracciai senza esitare e continuai a piangere. Le sue carezze mi tranquillizzarono poco a poco e smisi di frignare presto. “Che ci fai qui?”, le chiesi tranquilla. “Stavo tornando a casa”. “Sei andata a caccia?”, le chiesi senza esitazioni. Il loro stile di vita mi affascinava. “Esatto. Anche se non era necessario, dobbiamo nutrirci il più possibile contro i neonati. Sai com'è, il sangue umano è quello che ci rende più forti”. “Capisco”. Non ero molto in vena di parlare, anche se con Alice era facile. “E' davvero un peccato. Intendo per te e Jake. Eravate proprio carini insieme. E per colpa mia ieri sera è stata la serata peggiore della tua vita!”, affermò sbuffando e rattristandosi. “Ma che dici? Colpa tua? Perché?”. Che stava farneticando? “Se non avessi avuto quella dannata visione...”, sputò fra i denti. “A quest'ora non sareste pronti ad affrontare un gruppo di vampiri”, finii la frase per lei. “Può darsi, ma i licantropi non si sarebbero intromessi e...”, ma non la feci finire neanche questa volta. “E voi sareste nei guai. Non sareste abbastanza per sconfiggerli e sareste morti. Sul serio, Alice, davvero non capisco. Non è colpa tua, è colpa mia, come sempre. Sono così... umana”, sospirai. Lei rise la sua risata argentina. “Posso chiederti una cosa?”, chiesi titubante. “Certo, chiedi pure”, rispose sorridente. “Cosa vedi nel mio futuro?”. In fondo, che mi costava? Magari vedeva un qualcosa di felice all'orizzonte. Magari non riesce a vedere nulla...E quello significherebbe solo che sarei rimasta in contatto con i licantropi, ma con chi di loro? Forse nessuno in particolare, forse un incontro casuale. Chiuse gli occhi e sorrise. Quando li riaprì, era molto concentrata. “Ecco... E' tutto un po' offuscato, non distinguo bene. Poi non vedo niente, si interrompe all'improvviso. C'è solo molto verde”. “Trovami qualcosa che a Forks non è verde”, sbuffai scontenta. Rise di nuovo. “Scusa, non sono molto d'aiuto. Il futuro degli umani lo vedo poco bene, e il tuo non l'ho mai potuto vedere, quindi non ci sono abituata. Poi si ferma, non vedo niente...”. Si bloccò, guardinga. “Licantropo all'orizzonte!”, annunciò entusiasta. Risi anche io. “Magari a Quil verranno gli scrupoli e mi verrà a trovare. Chissà, forse andrò io da loro...”. “Nah, di sicuro è Jacob”. “Sì, certo”, dissi poco convinta. “Ah, ecco cos'ho visto!”, ebbe un'illuminazione. “Stasera tu verrai con noi ad allenarti, vero?”. “Io?”, chiesi confusa. “Sì, tu, Katerine White, proprio tu”, alzò gli occhi al cielo. “E io che centro?”. “Avanti, lo so che stai macchinando qualcosa. Vuoi esserci anche tu il grande giorno. E ho già pronto un alibi perfetto! Pigiama party e shopping day con me e Bella. Dovrete condividere la tenda, ma penso che ti adeguerai...”. “Alice, fermati un secondo. Respira mentre cerco di capire cosa stai farneticando”, la fermai. Dunque, nel mio futuro di sicuro aveva visto qualcosa che avrei fatto, come chiedere ad Edward di stare con loro il giorno della battaglia – cosa che avevo intenzione di fare. E lei aveva già preparato tutto per Bella, perché lei doveva stare sotto la loro protezione, non poteva certo rimanere a casa da sola a guardarsi rigirare i pollici mentre una ventina di vampiri la cercavano e la sua famiglia moriva per lei? Quindi l'alibi per Bella lo voleva usare anche per me e io sarei dovuta stare con lei, nella tenta, sotto lo stesso “tetto” per più di un giorno! Non che mi importasse molto quando in gioco c'era la vita di Jacob. Potevo patire le pene dell'inferno senza difficoltà, cos'era un giorno con Bella? Cos'era dormire con lei, pronta a uccidermi con lo sguardo ogni secondo? Deglutii a fatica. “So a cosa stai pensando, ma ci sarà Edward con voi. E Bella non riesce tanto a riflettere quando c'è lui nei paraggi”. “Edward non combatterà?”, chiesi allibita. Perché? “Per Bella sarebbe disposto a fare tutto”, disse sbuffando irritata. Bene, Edward ha rifiutato di combattere per la salute mentale di Bella. Questo mi ricorda vagamente qualcosa..., pensai acida. Ma non potevo avercela con Jacob se metteva la protezione del branco prima di me. Avrei fatto lo stesso al suo posto. Allora perché non riuscivo a non provare invidia per Bella? Aveva un ragazzo – vampiro... insomma, quello che era – davvero d'oro – diamante corresse la vocina – , e non se ne rendeva conto. O forse sì, ma era troppo presa dal suo migliore amico, adesso. Con la presenza di Edward sarebbe stato più semplice. Non bello, perché avrebbe letto nella mia mente in continuazione, non avrei potuto pensare a un piano, nulla, che l'avrebbe scovato. “Dai, vieni. Dobbiamo dirlo agli altri”, e mi prese in braccio. Rimasi un attimo interdetta. Era parecchio più minuta di me, così piccola e delicata. E invece, mi aveva presa in braccio senza sforzo. Dimenticavo spesso quello che era, come gli altri componenti della sua famiglia. A pensarci, dovevo ancora conoscere i genitori. Bellissimi anche loro, senza dubbio. Avevo sentito parlare di Carlisle, il dottor Cullen. Aveva una fama davvero elevata a Forks, parecchi parlavano di lui. Anche quando andavo a fare la spesa sentivo la gente dire: “Oggi il dottor Cullen ha salvato questa o quest'altra persona”. Probabilmente esageravano, anche se aveva avuto secoli di esperienza si dimostrava un dottore normale. Di Esme non sapevo quasi nulla, a parte che aveva tentato il suicidio in seguito alla perdita del suo bambino. Perdere un figlio deve essere davvero bruttissimo. Almeno Carlisle l'aveva salvata dalla morte, ridotta male com'era. L'avevano portata direttamente all'obitorio. Poverina! E così Carlisle aveva trovato l'amore della sua vita. Quando Edward parlava dei genitori mostrava una specie di venerazione. Li considerava davvero suoi genitori, soprattutto Carlisle che l'aveva creato. Erano dei punti di riferimento per lui, e come dargli torto! Una famiglia davvero numerosa, la loro. Di certo non si annoiavano mai. Chissà quanti passatempi diversi si erano trovati in quei secoli... La mia non era una famiglia numerosa, ma neanche povera di elementi. Solo Jenny valeva per tre con la sua euforia e la sua allegria quotidiana. L'unica bionda in famiglia, cose da pazzi! E quanto la invidiavo! Avrei dato tutto l'oro del mondo per i suoi capelli... Le bionde erano molto quotate! Ero felice nella mia famiglia, con i miei genitori e JeJe. La loro separazione era stata dura, ma non un trauma come mi sarei aspettata. Era stato addirittura meglio. Vivevamo sereni e felici. L'unica cosa che mi dava tristezza era sapere mio padre tutto solo tra casa e lavoro mentre mia madre aveva noi e i suoi “fidanzati” provvisori. Ma papà non lo dava a vedere, se la cavava benissimo da solo, una vera pacchia! Nessuno che gli diceva cosa fare. Alice mi posò delicatamente sul prato di fronte casa Cullen. Mai vista una casa più... grande, fu l'unico aggettivo che mi venne in mente. Entrammo lentamente, mi sentivo sotto pressione e a disagio. Dentro non c'era nessuno, il vuoto totale. Osservai meravigliata gli interni. Una casa bianca, da vero dottore, pensai ironica. Il mobilio non era abbondante. Il centro del salotto era caratterizzato da un'enorme TV a schermo piatto con di fronte un divano bianco. Poi un pianoforte a coda in un angolo, delle grosse scalinate, una vetrata al posto di un muro, quadri con colori vivaci alle pareti... Sì, mi piace!“Oh, Edward non c'è”, disse Alice. In quello stesso istante, tutti comparvero nel salotto. “Cercavi Edward?”, chiese Esme. Una voce melodiosa che mi colpì subito. Nonostante si vedesse che avesse solo venti anni e qualcosa, mi guardò con uno sguardo... materno. “Be', volevo fosse presente anche lui... Poi si lamenta che si perde le cose” e rise, ricordando chissà quale momento. “Tu devi essere Kate”, affermò il dottore, sorridendomi. Capelli biondi, occhi dorati e carnagione candida, caratteristica dei vampiri. E straordinariamente bello. “Sì, è lei. Il giocattolo di Edward”, annunciò Emmett ghignando. “Io non sono il giocattolo di nessuno”, gli dissi, imbronciata. “Sì, non pensare a mio figlio. Lui è solo...”, continuò Carlisle, ma non concluse la frase. “Avevi qualcosa di importante da dirci?”, chiese poi ad Alice. “Solo cosa?”, chiese curioso Emmett, ma nessuno gli badò. “Direi di sì. Kate ha intenzione di... partecipare alla battaglia. Potrebbe stare nella tenda con Bella ed Edward, così sarà al sicuro e contemporaneamente vicino al combattimento”. “Ma è rischioso”, disse Esme, preoccupata. Sembrava così dolce, così materna, così protettiva. “Per questo vorrei che stesse con loro due”. Nessuno fiatò. Un silenzio tombale calò nella stanza. Sentivo solo i respiri dei presenti e il battito regolare del mio cuore. “Può essere pericoloso, lo sai, vero?”, mi chiese Carlisle. Annuii, pericoloso era dire poco. Il mio odore non era allettante, ma quello di Bella sì, e sarei stata con lei... “Sa quello che fa...”, mi appoggiò Alice. Chissà come, mi capiva, capiva il mio dolore! “Non credo proprio!”, annunciò una voce rabbiosa alle nostre spalle. Eppure riusciva ad essere melodiosa nonostante la rabbia... “Lei non viene proprio da nessuna parte! Alice, è inutile che provi a convincermi, tanto non se ne fa niente!”, continuò Edward. “Ti prego, Edward! Io... io...”, riuscii a dire, ma lui mi interruppe. “Tu cosa? Vuoi suicidarti? Perché è quello che stai facendo!”. Non l'avevo mai visto così arrabbiato per qualcosa, mai. Mi fece quasi... paura. Sospirò e cercò di tranquillizzarsi. Aveva sentito ciò che pensavo, come sempre. “Kate, ascolta! Rischi troppo, e lo sai. E poi per cosa? Per...”, ma non lo lasciai finire. “Per uno stupido, insignificante licantropo? Vedila così, se vuoi. Ma io ci sarò, anche se non sarai tu a portarmi!”. I suoi occhi diventarono fessure, forse cercava anche solo un briciolo di confusione, debolezza in me. Ma ero sicura, convinta di ciò che stavo andando a fare. Io volevo partecipare. Sbuffò rassegnato. “Più dura di una roccia, eh?”. Gli sorrisi. Grazie.Fece finta di non avermi “sentita” e si sedette sul divano a guardare la TV. “Ma è tardissimo!”, esordì Alice. “E' ora di pranzo!”. Tutti mi guardarono. Jasper quasi fossi una preda, Emmett pronto a balzare in avanti, Carlisle divertito, Esme sorridente ed Edward sghignazzava. Rosalie non era proprio venuta ad accogliermi! Deglutii a fatica. Aiuto!Alice li guardò male. “Lo dovete fare sempre voi due.”. “Colpa tua che non precisi...”, la incalzò Emmett ridendo di gusto. “Ok, ok... E' ora di pranzo, per gli umani”. Edward scoppiò a ridere. Come dargli torto, dopo che aveva letto che li stavo mandando a quel paese mentalmente! “Non mi meraviglierei, se volessi tornare a casa a pranzare”, disse Alice, acida, fulminando Emmett e Jasper. “Ti preoccupi troppo, Alice. Chiamo a casa e dico che rimango qui oggi”. Rimasi tutto il giorno a casa Cullen. Edward ad una certa ora se ne andò da Bella, come era prevedibile, ma io rimasi con Alice. Era davvero una persona magnifica, più umana di quello che credevo potessero essere i vampiri. Loro erano umani. Primo fra tutti Carlisle. Provavo una sorta di ammirazione per lui. Era forte, più di chiunque altro vampiro e umano messi assieme. “Ce la fai?”, domandò sussurrando Alice. Stavo quasi addormentandomi, ma la voglia di andare all'allenamento era troppa. “Sì”, risposi. Mi prese in braccio come quella mattina e iniziò a correre seguita dal resto della famiglia. Arrivammo in un batter d'occhio in una radura senza alberi, uno spazio vuoto. Dopo un po' arrivarono anche Edward e Bella e sentii Edward sussurrare che erano arrivati anche i lupi, ma io non riuscivo a vederli. Il mio sguardo navigò tra gli alberi, senza trovare nulla. “Si tengono a distanza, è tutto ciò che possono permettersi”, disse Edward. Continuai a cercare e vidi qualche paio di occhi. Li contati, ed erano troppi. Si era aggiunto qualche altro ragazzo? Jake non me ne aveva mai parlato... “Sta lì in mezzo, osserva ogni tua minima mossa”, mi sussurrò Edward all'orecchio. Il mio cuore accelerò, mi sentivo agitata. Combattevo contro il desiderio di scappare da lì e contro quello di corrergli incontro. Non l'avevo mai visto sotto forma di lupo, e forse mi sarei dovuta sentire sollevata dal fatto che non fosse in forma umana. Ma ero tesa come una corda di violino. Saperlo vicino e non poterlo toccare era una sofferenza troppo grande, una sofferenza che mi ero voluta io. Mi sedetti sulla radice di un albero ai confini dello spazio vuoto e osservai le mosse dei vampiri. Jasper si mise al centro di quella distesa d'erba e iniziò a spiegare le mosse dei neonati e come contrattaccarli. Uno alla volta i Cullen attaccarono Jasper mentre lui dava consigli e dritte su come fare. Ogni movimento era appena percettibile, troppo veloce per occhi umani. Vidi un movimento tra gli alberi e i Cullen si irrigidirono. Solo dopo capii che i lupi stavano uscendo, troppo tardi per rendermi conto di quello che stavo vedendo. Lupi enormi, in testa uno nero, il più grande. Forse Sam, chissà. Poi uno col pelo rossiccio, quasi della stessa altezza, e altri che non osservai bene. Perché quello rossiccio mi fissava. Anche Edward mi guardava, forse voleva dirmi qualcosa. Che fosse Jake quel lupo? Non mi toglieva lo sguardo di dosso, uno sguardo strano, familiare, malinconico. Sì, era lui, il mio lupo. Il cuore perse un colpo nel momento stesso in cui mi resi conto della veridicità dei miei pensieri. Era proprio lui, la persona per la quale ero disposta a morire, il lupo che aveva anteposto il branco. La posizione alla destra di Sam forse significava qualcosa che andava oltre la sua volontà. Qualcosa che simboleggiava la sua importanza, il suo ruolo al di sopra degli altri. Forse era per questo che non aveva potuto tirarsi indietro come Edward. Ogni singolo lupo annusò ogni singolo vampiro. Un quadretto un po' buffo, dato che tutti arricciavano il naso disgustati dall'odore. Ma Jacob era distaccato, annusava giusto perché doveva farlo. Continuava a fissarmi, mettendomi ansia. La testa iniziò a girarmi forte e mi lasciai scivolare a terra. Distolsi lo sguardo dal lupo per concentrarmi sul suolo, che vedevo muoversi vorticosamente. Bella non badava a me, non mi aveva neanche mai guardata da quando era arrivata. Davvero non capivo il suo stato d'animo nei miei confronti. Adesso aveva anche Jacob tutto per se, cosa voleva ancora? Una mano si poggiò sulla mia spalla. “Tutto bene?”, chiese Edward. Annuii, poco convinta. La mano di Edward si tolse dalla mia spalla istantaneamente. Ne capii il motivo quando guardai di fronte a me. A qualche metro di distanza, il grosso lupo rossiccio ci guardava. “Sai che verrà anche lei?”, chiese Edward, torvo. Ce l'aveva con Jacob, con il lupo, il quale ringhiò cupo e minaccioso mostrò i denti. “Devo. Vuole venire, sai che è cocciuta. E' convinta di stare meglio in mezzo a vampiri pronti ad ucciderla che a casa”. Il lupo guardò prima me, poi Bella. Non ci voleva l'interprete per capire che domanda avesse posto ad Edward. “E' l'unica soluzione, Jacob. Credimi, ho provato a convincerla con le buone, ma niente. Si è anche presa un bello spavento, ma non ha ceduto. Tranquillo, non l'ho sfiorata e nemmeno la mia famiglia. Non le farei mai del male”. Detto questo, si dedicò a Bella, lasciandomi sola con il lupo che continuava a fissarmi. Non sapevo che fare, come muovermi. Avrei voluto coprire quei pochi metri che ci dividevano e abbracciarlo, sentire il calore del suo corpo. Ma ero immobile, persa nei suoi occhi neri tristi e malinconici. Soffriva anche lui, soprattutto lui. Cercai di non pensarci, di non guardarlo più, di far finta che non ci fosse. Mi alzai e mi avvicinai ad Edward. Qualcuno doveva riaccompagnarmi a casa! “Alice!”, chiamò Edward a bassa voce. In un baleno, fu vicina a me, pronta a prendermi in braccio. Non rivolsi più lo sguardo al lupo rossiccio ormai alle mie spalle. Forse se n'era andato, forse era ancora lì, immobile ad osservare che me ne andassi. La luna piena conciliò il mio sonno e mi addormentai ancora prima di rendermene conto. 
MB | G | MK | EFP
Prima ero gokugirl. Tutti i miei lavori sono firmati con questo nick [ o con quello attuale ], quindi don't touch! ù.ù
| | | |
|  |
|
| 23 replies since 12/9/2008, 18:18 |
| | | | |
|